Dai compagni ancora «fuoco amico»

da Roma

Certi accostamenti sono sempre dolorosi. Interviste a confronto, venticinque anni dopo. Enrico Berlinguer, segretario del Pci, 1981: «I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi... La loro stessa struttura organizzativa è ormai conformata su questo modello... hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni... gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai Tv, alcuni grandi giornali... E il risultato è drammatico». Piero Fassino, segretario dei Ds, 2006: «In un mondo di furbi, io preferisco essere tifoso che cinico...».
Non basta dire che «la lezione morale e politica di Berlinguer vive in noi ogni giorno...», come fa il leader ds, per ottenere uno scudo di impunità e (soprattutto) la patente di «diversità». La sinistra che non si vergogna di se stessa giudica perciò insufficiente l’autodifesa di Fassino, dopo quella di D’Alema, a proposito del caso Unipol. Certo, la questione è spinosa perché le elezioni sono alle porte e i Ds restano l’architrave dell’Unione. Però non si può liquidare una faccenda così grave come una «debolezza da tifoso». Alfonso Gianni, leader storico di Rifondazione e alter ego di Fausto Bertinotti, si definisce «deluso». A parte l’«eccesso da sindrome di accerchiamento», il nocciolo della questione economico-politica sta proprio nel «considerare il tifo come un eccesso di euforia». Segno che Fassino «persiste nell’errore politico: bisogna porsi il problema se il compito del movimento cooperativo sia buttarsi in finanza e conquistare una banca. Io dico di no: è sbagliato in sé, anche se l’operazione fosse limpida...». Si tratta di una visione «profondamente sbagliata», aggiunge Giovanni Russo Spena, altro leader storico di Prc. «Se le Coop possono tentare scalate finanziarie significa che è venuto completamente meno il loro ruolo».
Bertinotti si è già espresso nello stesso senso fin dall’estate scorsa. Domani sarà a Porta a Porta contrapposto a Berlusconi (Fassino e Rutelli hanno rifiutato) e potrà ulteriormente precisare il pensiero rifondatore. Fiducia nella magistratura, prudenza e garantismo nel giudicare le responsabilità dei singoli, ma ferma condanna per metodi che poco hanno a che fare con l’etica, e l’etica della sinistra in particolare. «Non chiedo privilegi per D’Alema e Fassino», scrive anche il vecchio Pietro Ingrao in una lettera a Liberazione, nella quale esprime il suo «disagio, stupore e sbalordimento». Se i dirigenti ds avessero commesso «illeciti, siano chiamati a risponderne», però «li conosco da tempo e li stimo». Ingrao non crede che siano «loro i colpevoli e gli immorali da colpire», bensì il governo. «I problemi veri sono altri, e su altro fronte stanno i veri delitti, le vere, profonde violazioni della legge», scrive. Però, aggiunge, «è su questo che chiedo a D’Alema e Fassino altro e di più».
«Non reati ma errori», titola il Manifesto l’editoriale dell’ex direttore Valentino Parlato. «Alcuni miei stimati e cari compagni - argomenta Parlato - mi hanno detto che questa diffidenza nei confronti della “finanza rossa” sa di muffa e di arcaico. Forse hanno ragione, ma il risultato della gara per la modernizzazione è sotto gli occhi di tutti. Non si possono fare le stesse cose di quelli che diciamo di voler combattere...». Così Rina Gagliardi, firma di Liberazione, sostiene che D’Alema sbaglia a pensare che «la sinistra possa vivere nel capitalismo» e ricorda «il tentativo di Craxi».
Attento a non scendere in polemica diretta il leader dei Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio, che critica «gli attacchi del moralismo peloso della Cdl» perché «puntano a far accettare il conflitto di interessi e la commistione di affari e politica come male inevitabile». Pecoraro insiste a chiedere «massima trasparenza e un codice etico». La berlingueriana questione morale potrebbe ripartire da lì. Peccato che sia a buoi già scappati dalla stalla.