Dai Dico alla Nato 20 mesi di litigi sul filo del rasoio

Con la maggioranza appesa ai voti dei senatori a vita, il governo si è impantanato davanti a qualsiasi decisione. Gli unici accordi sono stati quelli sull’aumento delle tasse

Roma - Quando mi hanno detto che il tema di questo articolo avrebbe dovuto essere una specie di resoconto di tutti i litigi della maggioranza nell’era del governo Prodi, ho chiesto di avere a disposizione un intero supplemento, con una mole cartacea almeno pari a quella della Ricerca del tempo perduto. Titolo che, peraltro, fotografa alla perfezione questi anni di governo.

Del resto, che ci fosse qualcosa di irrimediabilmente comico in una coalizione che si chiama «l’Unione» e che è stata disunita fin dalla campagna elettorale, era chiarissimo già dal punto di vista semantico, prima ancora che politico, anche senza essere Umberto Eco. E loro, la «confusa e improbabile coalizione di nove litigiosi partiti» per usare le parole di ieri dell’«autorevole Financial Times» ce l’hanno messa tutta per smentire il loro nome. A partire dalla sera delle elezioni, quando qualcuno suggeriva che sarebbe stato meglio provare a governare sul serio, piuttosto che far finta di aver vinto davvero e giocare a pigliatutto, occupando tutto l’occupabile. Ma, essendo proprio questa la caratteristica principale del programma di governo del centrosinistra, ovviamente non se n’è fatto nulla.

I primi litigi quindi sono stati quasi obbligati per conquistare poltronissime, poltrone e strapuntini che hanno dato vita al governo più numeroso della storia d’Italia, più di cento fra ministri, viceministri, e sottosegretari. Un record. Qualcosa per cui il governo Prodi passerà alla storia. Peraltro nell’impossibilità di passare alla storia per motivi diversi.

Appena si è iniziato a governare (si fa per dire), poi, i disuniti nell’Unione hanno litigato su tutto dalla Tav e le infrastrutture, volute a parole dai riformisti a parole e osteggiate dalla sinistra massimalista, ai Pacs-Dico, naufragati per le spaccature fra laici e cattolici.

Il poeta diceva che sappiamo solo ciò che non siamo e ciò che non vogliamo. Il governo Prodi è stato conoscibile solo per ciò che non ha fatto e ciò che non ha voluto fare. Cioè, praticamente tutto, sempre per spaccature interne, ad eccezione di una cosa: l’aumento costante delle tasse.

E dire che l’anno scorso questa agonia era anche già finita. Le spaccature sul raddoppio della base Nato di Vicenza con il voto degli atlantisti dell’Unione insieme al centrodestra e soprattutto quella sul finanziamento delle missioni all’estero avevano portato Prodi al Quirinale per dimettersi. Napolitano aprì la crisi, ma i leader dell’Unione imperterriti spiegarono che avevano scherzato e che la maggioranza era forte, coesa e solida: fiducia bis.

Con 24mila voti di vantaggio alla Camera e 250mila di svantaggio al Senato (ma hanno litigato anche su questo e nell’Unione c’era chi sosteneva che i voti in meno rispetto alla Casa delle Libertà fossero 400mila), è iniziato un brivido continuo e quotidiano con il governo appeso ai senatori eletti all’estero e soprattutto a quelli di diritto e a vita. Mentre, giorno dopo giorno, qualcuno si sganciava su un singolo tema tirando la corda dalla propria parte.

E così, di volta in volta, hanno litigato e conseguentemente rischiato di andare sotto e di far cadere il governo su praticamente tutti i temi dello scibile umano: dalle scelte della vigilanza Rai (sì, non scherzo, si è rischiata una crisi di governo sulle scelte della vigilanza Rai) al primo decreto sulla sicurezza, con i duri di sinistra a contestare il neo-rigorismo veltroniano, fino alla crisi sfiorata sui richiami all’omosessualità - voluti dalla sinistra e contestati dai teodem - nella seconda stesura dello stesso decreto sulla sicurezza. Quel giorno, il governo se la cavò per un pelo. Rischio inutile, visto che il decreto era scritto male e quindi nullo. Giuro che non scherzo nemmeno stavolta, si è rischiata una crisi di governo su un decreto nullo.

Poi, in ordine sparso, hanno litigato sulla giustizia in continuazione, sul Vaffa-day di Beppe Grillo, su qualsiasi emendamento della Finanziaria e sono andati anche sotto su quello che aumentava i fondi per i ricercatori; sul welfare, con le liti infinite sullo scalone; sull’abolizione della legge Biagi; sull’energia, fra paladini dei pannelli solari e realisti, scontro condito di no al nucleare, no ai rigassificatori, no ai termovalorizzatori, no persino alle pale eoliche. E poi hanno litigato sulla commissione di inchiesta sul G8 a Genova (Udeur, Idv e Rosa nel Pugno contro il resto del mondo), sulla rimozione del capo della Polizia De Gennaro, sulla rimozione del generale Speciale, sulla rimozione del generale Pollari... Su su, fino alla rimozione dei motivi che li avevano portati ad allearsi. O, meglio, essendo quel motivo uno solo, l’avversione nei confronti di Berlusconi, e non essendo riusciti a rimuoverlo, allora hanno cambiato strategia, rimuovendo se stessi: la mossa migliore, forse l’unica, del secondo governo Prodi, destinato a finire ingloriosamente come e peggio del primo. Qualsiasi replica, stavolta, dovrebbe essere scongiurata.