Dai falsi Modì a oggi l’«arte» contemporanea messa alla berlina

Caro Granzotto, Luciano De Crescenzo si domandava: se un cataclisma distruggesse un museo dove sono esposte opere di Duchamps, Burri, Fontana, o qualche barattolo di Piero Manzoni e in seguito fossero rinvenute nell’edificio diroccato un orinatoio, tele bruciate e tagliate, o qualche escremento umano, si sarebbe i grado di distinguere in quei resti «opere d’arte» perse dall’umanità dal resto dei calcinacci? Di contro, se una tela di Caravaggio, Hayez, Van Gogh o Zandomeneghi fosse distrutta e solo un centimetro quadro fosse salvato dal cataclisma, quel frammento sarebbe sempre un riconoscibilissimo segno dell’ingegno artistico umano. Il solito perdurante dilemma: arte e non-arte! Chi decide se è arte o solo mistificazione? Gli imperscrutabili critici, moderni mecenati che dirigono super musei con i soldi pubblici, creano e disfano artisti, dicono ciò che è bello, interessante, valido dal restante pattume. Se il funambolo artista Scaringella non si fosse autodenunciato, avendo di nascosto appeso un proprio lavoro alle pareti del MAXXI, tempio romano dell’arte contemporanea, nessuno tra dirigenti, presidenti, critici, giornalisti, intellettuali up to date se ne sarebbe accorto. Questa è la morale dettata dal MAXXI: il vuoto a perdere. Questa è la morale di un’arte diretta sostanzialmente da impresari, critici, intellettuali che investono su di un giovane eccentrico per poi, magari, vendere un barattolo di Merda d’artista di Manzoni, che oggi vale quasi 150mila euro. Poiché qualcuno presuppone che in quei famosi barattoli ci sia «solo» gesso le domando: in questo caso varrebbe la «merda» quella cifra o il barattolino di ferro? Qual è l’espressione d’arte tra il contenitore e il contenuto? Un potenziale acquirente potrebbe pretendere il rimborso della somma spesa, non essendo più vera «arte» dell’autore?
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Luan Scaringella è un mito, caro Pepe. Quasi all’altezza di Pietro Luridiana, Pierfrancesco Ferrucci e Michele Guarducci, i tre ragazzi che coi loro falsi Modigliani fecero fessi - facendogli fare una figura da fessi - Argan, Brandi, la Dupré e una decina d’altri venerati maestri. E hanno un bel dire Pio Baldi, presidente del MAXXI e Anna Mattirolo, direttrice del medesimo: se Scaringella non avesse fatto marameo, il suo Orgasmo spray sarebbe rimasto esposto a tempo indeterminato senza che nessuno ne cogliesse la limitatezza artistica e dunque l’abusiva permanenza a fianco di capolavori quali l’igloo di Mario Merz e la figura distesa (due ciabatte e un cappello) di Gino De Dominicis.
Ma veniamo alla sua domanda, alla quale rispondo con una sentenza del Tribunale di Parigi. Qualche anno fa il noto provocatore Pierre Pignoncelli ebbe l’ardire di menare una martellata alla Fontana di Marcel Duchamps esposta al Centro Pompidou, scheggiandola. Lo sanno tutti, ma è bene ricordare che la Fontana è né più né meno che un orinatoio in ceramica. Un orinatoio e basta. Valutato, però, sui tre-quattro milioni di euri in quanto scelto da Marcel Duchamp fra i mille e mille in vendita nei negozi di sanitari. Bene, la direzione del Pompidou mosse causa a Pignoncelli pretendendo da lui anche 427mila euri di risarcimento danni per «perdita di valore» del sublime orinatoio. Il reo fu condannato per vandalismo, ma - sorpresa, sorpresa! - non al pagamento dei danni avendo la Corte sposato la tesi della difesa, questa: «Noi non riteniamo l’orinatoio un’opera d’arte, ma un semplice oggetto concettualizzato da Marcel Dechamps. E il concetto non ha subito nessun pregiudizio dalla martellata che caso mai ha danneggiato l’oggetto, per altro un articolo molto comune e facilmente reperibile». Ecco dunque svelata l’essenza dell’arte contemporanea: quel che conta è il titolo che l’artista dà all’opera. L’opera in sé, come ha sentenziato il Tribunale di Parigi, non vale una cicca.