Dai laser alle scarpe di lusso Lo 007 ai tempi della crisi ruba solo segreti aziendali

La prima catastrofe furono le Olimpiadi di Pechino: dove, secondo qualche esperto, vennero violati più segreti industriali che record del mondo. Poi ci sarà l’Expo dell’anno prossimo a Shanghai. Infine, ed è l'evento più temuto di tutti, i Giochi olimpici invernali del 2014 a Sochi, in Russia. Ogni volta che un grande evento internazionale si tiene nei Paesi rampanti dell’ex mondo comunista, torme di manager occidentali vengono imbarcati per confortevoli viaggi premio a spese degli sponsor. E finiscono come foche nelle fauci da squalo dei ladri di segreti.
In tempi di crisi, l’industria dello spionaggio industriale vive un boom. Più precaria è l’economia mondiale, più spietata diventa la guerra per rubare tecnologia avanzata. Lo denuncia nel suo ultimo rapporto alla Casa Bianca l’Oncix, l’agenzia di punta del controspionaggio Usa. Nel rapporto si racconta di una guerra senza quartiere dove tutti spiano tutti rubandosi a vicenda i segreti più costosi del mondo. Non ci sono solo i cinesi e i russi. «I raccoglitori di segreti vengono da un gran numero di Paesi - dice il rapporto - ma la gran massa degli attacchi viene da meno di dieci nazioni. Tra questi - brontolano gli Usa - ci sono Paesi avversari ma anche alleati».
Si ruba di tutto, e in ogni modo: hackerando reti di computer, chiacchierando ai convegni, infiltrandosi nelle aziende. Il rapporto cita come caso-simbolo quello di un cinese di Hong Kong, espatriato nel 1978 e naturalizzato americano nel 1985, protagonista di una lenta e costante carriera dentro una industria chiave dei sistemi di difesa Usa: fino al punto di raccogliere segreti da girare al «servizio» cinese, compito per cui era stato preparato e gestito dall’inizio. Per fronteggiare l’emergenza, gli Stati Uniti schierano ben quindici strutture operative, dalla Cia al Ncis (quello dei telefilm). E il rapporto denuncia che nei Paesi alleati solo la Francia ha creato una struttura ad hoc per gestire il controspionaggio industriale «mentre gli altri Paesi europei lasciano in primo luogo all’industria privata il compito di difendersi dal furto di segreti».
Il problema è che ormai il confine tra segreto industriale e segreto di Stato è labile. In Russia, per esempio, anche gli algoritmi che governano i sistemi di criptazione militare - finora elaborati in proprio dal servizio segreto Gru - vengono ormai appaltati all’esterno, da una società privata: e si tratta, come si può intuire, di uno dei segreti più inseguiti del pianeta. Ma anche in altri, disparati settori l’intreccio tra business intelligence e spionaggio tradizionale è ormai assai stretto. Uno dei settori chiave è quello dell’energia. Gli 007 americani si sono dati la pena di classificare Paese per Paese gli stranieri arrivati a curiosare nelle strutture del Ministero per l’energia Usa. In testa al gruppo i soliti russi e cinesi, ma anche iraniani, kazaki, pakistani. E poi francesi e israeliani, gli alleati più indiscreti nei confronti dei segreti industriali a stelle e strisce.
E in Italia? Come lamenta l’Oncix, una struttura pubblica di controspionaggio industriale non esiste. Solo da poco tra le competenze dell’Aise (il vecchio Sismi) è stata inserita anche la difesa del know how nazionale. Che di attacchi venga subissata anche l’industria tricolore ci sono pochi dubbi. Se si chiede di parlarne a Finmeccanica, la holding che controlla i segreti più delicati dell'industria bellica, si riceve in risposta un eloquente «sono temi di cui preferiamo non parlare in pubblico». E anche ai casi accertati si cerca, in genere, di dare meno clamore possibile.
Due anni fa, a Napoli, venne sequestrato un container pieno di monete da due euro made in China: non era la solita storia di denaro falso, l’organizzazione era riuscita a «succhiare» alle imprese stampatrici il software originale per il conio delle monete. Anche per confezionare scarpe di lusso di una delle più note marche italiane veniva utilizzato il software originale, rubato nel quartier generale della ditta. Qualche anno fa il signor S., addetto commerciale del consolato sovietico di Milano, venne intercettato mentre contrattava l’acquisto di lenti della Magrini Galileo da utilizzare per i sistemi di puntamento: i nostri «servizi» gli fecero uno scherzetto, e al momento della consegna del materiale gli venne consegnato un pacco che, invece delle lenti, conteneva una raccolta di calendari dell’Arma dei carabinieri.
E poi, sullo sfondo, c’è lui: Roberto Mariotti, capo dell’ufficio moscovita dell’Olivetti, l’unico manager italiano condannato per spionaggio a favore di una potenza straniera, l’uomo che vendeva ai sovietici la chiave elettronica che doveva scardinare i segreti della Nato. Dopo un po’ di anni nelle carceri russe, chiese di venire in Italia a scontare il resto della pena. Prima, però, passo chissà perché un mese chiuso nella nostra ambasciata a Mosca. Poi venne portato in Italia. Poco tempo dopo, era semilibero.