Dai Nirvana ai Metallica il revival del 1991: l’anno che cambiò il rock

Via via, uno dietro l’altro, quasi senza accorgersi che i dischi di quell’anno, il 1991, avrebbero cambiato per sempre il rock lasciando a tutti il compito di stabilire se bene o male. Per farla breve, fine del rock capellone, quello di Guns N’Roses e Motley Crue tra gli altri, ed esplosione del grunge da una parte, specialmente negli States, e abbuffata di elettronica dall’altra, pure in Europa, tanto per dare nuovo fiato a uno stile che di lì a poco sarebbe stato scarnificato un’altra volta, ma dal rap e dall’hip hop. Insomma arrivò Nevermind dei Nirvana, e fu così sorprendente che, mentre gli esperti si aspettavano vendesse 250mila copie al massimo, ne contabilizzò quattrocentomila alla settimana tanto da obbligare tutti, persino i critici musicali che spesso sono gli ultimi ad accorgersi delle novità, ad accettare che la roba nuova era proprio quella, il grunge, una vaga miscela di Black Sabbath e Neil Young e Misfits con dentro tante voglie depresse, nichiliste, comunque introiettate. Se ne volete un’idea - e il pretesto, ammettiamolo, è cosa da appassionati - da oggi si può vedere il docufilm Hit so hard (sulla vita di una batterista delle Hole, Patty Schemel) nel quale lo sciagurato Kurt Cobain dei Nirvana e la sua ancor più sciagurata moglie Courtney Love, fondatrice appunto delle Hole, cantano per la prima e unica volta insieme l’inedito scritto a quattro mani, Stinkin of you. Un brano ruvido, scentrato, tecnicamente poverissimo eppure un inconsapevole manifesto di ciò che ha rappresentato quel periodo: l’inattesa capriola socioculturale che cambiò tutto, attitudine linguaggio cinema letteratura, e persino il guardaroba degli stilisti più eleganti come Armani (a proposito sarà presto ristampato un rarissimo Ep dei Nirvana, Hormoaning). A fine estate uscì Ten dei Pearl Jam, altro grunge ma più chic, che decollò lentamente arrivando infine a vendere dieci milioni di copie solo negli Stati Uniti, cinque in meno (sempre negli Usa) del cosiddetto Black album dei Metallica, sublimazione del metal e quindi suo sdoganamento in radio (Nothing else matters viene ancora trasmessa) e nel gusto globale (i suoni della batteria di Lars Ulrich li copiano persino oggi: controllate il 6 luglio quando suoneranno a Rho con Slayer, Anthrax e Megadeth). Per di più, ad allargare ancora i confini aggiungendo qualche metrica rap, pensò Blood sugar sex magik dei Red Hot Chili Peppers che con quel cd diventarono grandi (e ci campano ancora oggi). E fossero i soli: i germogli piantati in quei mesi danno frutti che si raccolgono da vent’anni. Potenza della casualità. Qualche settimana dopo, giusto cinque giorni prima della morte di Freddie Mercury dei Queen (ma in quella data se ne andò anche Eric Carr dei Kiss), uscì Acthung baby degli U2 che è rimasto nella storia non tanto per il megasingolo One, ma perché da allora il rock mainstream, quello per consumo di massa, non più fatto finta che industrial e dance elettronica fossero solo specialità da nottambuli disadattati, roba insomma per club farciti di deejay smanettoni e gonfi di pasticche. Volendo, a dare i confini del cambiamento si potrebbero citare le cifre: i dischi elencati fin qui hanno messo insieme circa settanta milioni di copie e mica si può far finta di nulla. Oppure a rendere l’importanza del 1991 basterebbe i rooster, ossia i cartelloni del Lollapalooza, il festival itinerante che Perry Farrell dei Jane’s Addiction ha fondato proprio in quei mesi e che da allora (va in scena la settimana prossima, stavolta a Santiago del Cile) è la cartina al tornasole di cosa è accaduto nel rock, dai primi ospiti Cure fino ai «giovani» Strokes. Certo, di quell’epoca adesso rimangono la memoria, le continue citazioni e le inevitabili farneticazioni, quei deragliamenti che gli orfani di fama come Courtney Love non si fanno mancare mai: da sola non fa più successo neanche a pagarla ma continua a srotolare oscenità tipo «mi piacerebbe sniffare le ceneri di Kurt». Sono i rimasugli di un’epopea, gli ologrammi di una fase così vitale che, appunto senza accorgersene, detta il tempo ancora oggi, volenti o nolenti.