Dai pannolini al governo la corsa del Kevin Costner della politica italiana

Mario Valducci, ora sottosegretario alle Attività produttive e tra i fondatori di Forza Italia, faceva il manager in una ditta di prodotti per neonati

Giancarlo Perna

Quando sai che Mario Valducci è un uomo Fininvest, cioè uno del partito azienda del Cav., sei rassegnato. Ci vai sicuro di trovarti di fronte un tizio con la parlantina sciolta che ti rifilerà tre palate di propaganda a saldi estivi. Con questo stato d'animo entro nell’ufficio del sottosegretario Fi alle Attività produttive, dopo una certa anticamera.
«Perdoni. Mai avrei voluto farla attendere. Non è mia abitudine. La riunione sul futuro della Fiat si è protratta. Sono mortificato», dice Valducci. In realtà, ho riassunto. Le sue scuse sono state più lunghe, articolate, sofferte. Mi ha commosso.
«Succede», dico magnanimo. «Sarà un propagandista berlusconiano, ma è di buon cuore», penso tra me.
«Si guardi attorno. So che a lei piace descrivere. Avrà notato la bandiera americana», e indica la «stelle e strisce» accanto al tricolore e alla bandiera Ue.
«Che ci fa?», dico.
«Sono un atlantista», dice Valducci, compreso. È un tipo serio. L’opposto dell’imbonitore immaginato. Dice tutto come se gli venisse dal profondo. Durante l’intervista, assumerà spesso l'aria del santone: mani congiunte e testa china in cerca della risposta esatta.
«E quei modellini di aerei?», dico adocchiando una sfilza di jet su uno scaffale.
«Al ministero mi occupo di industria aerea e così ho pensato di mettere in mostra il mio sogno di adolescente. Sognavo l’Accademia aeronautica di Pozzuoli. Invece sono stato preso dal calcio».
«Come foot ball?», dico.
«Ho giocato in C2. Poi ho dovuto studiare, laurearmi in Economia, fare il revisore. Tutte cose che fanno a pugni con lo sport», dice. Effettivamente, ha ancora un fisico di tutto rispetto, nonostante la sedentarietà e i 46 anni. È un tipo alto, biondo, con occhi azzurri.
«Se fosse diventato un Pelè, avrebbe avuto molte ammiratrici», butto lì e tocco un punto debole.
«Dicono che somiglio a Kevin Costner», conferma compiaciuto. Poi si rabbuia e aggiunge: «Mia moglie però, per farmi dispetto, dice che sono un misto tra Mike Buongiorno e Costner». La moglie ha occhio.
Sposato con figli?.
«Divorziato e risposato. Tre figli dai due matrimoni. Il primo ha 18 anni, l’ultima 14 mesi. Mi mantengo giovane», ride e gioca con la fede. La sfila dall’anulare e la infila in altre dita. Nel passaggio più duro dell’intervista, l’ha messa nel pollice.
«La sua biografia ufficiale informa che lei è tra i cinque fondatori di Fi. Cioè?», chiedo.
«Sono tra i sottoscrittori dell’atto notorio con cui è stata costituita Fi, il 26 gennaio 1994. A firmare eravamo Silvio Berlusconi, Antonio Martino, Antonio Tajani, il generale Luigi Caligaris e io nominato, seduta stante, tesoriere».
Era già un dipendente Fininvest?
«Sono nel gruppo dall’87. Venivo dalla Waterhouse, pannolini per neonati, ecc. Tra molte ironie, sono stato messo nel settore dei prodotti finanziari. Coi buoni risultati, i risolini sono spariti».
«Pannolini, alta finanza e da un decennio, politica. È un tipo duttile», osservo.
«La politica è tra le arti più belle e difficili. Ci si scontra con i lati peggiori e migliori delle persone. Uomini e donne, indifferentemente. La politica è varia, bisogna essere eclettici», dice.
Dopo 12 anni come giudica Fi, la sua creatura?.
«Abbiamo cercato un nuovo modello organizzativo. Ma è ancora incompiuto. Quando tutti noi dello stato maggiore del partito siamo andati al governo, Fi ha risentito dell’abbandono».
«È un partito personale del Cav. Non ha creato nessun leader nuovo», dico.
«Posso invece fare tantissimi nomi. Presidenti di Regione come Galan, Ghigo, Fitto. Sindaci come Antichi di Grosseto, Albertini a Milano, Di Piazza a Trieste, Fazi di Lucca, ecc. Presidenti di Provincia come Cavalli di Brescia. Oltre il 50% dei dirigenti vengono dal partito e hanno fatto bene. Nessuno può dirlo meglio di me che sono responsabile degli Enti locali».
«È in atto un fuggi fuggi verso altri lidi», provoco.
«Distinguerei. Di quelli che hanno iniziato con noi nel ’94, non è andato via nessuno. Sono quelli venuti dopo, con già un passato politico, che si guardano attorno».
Fuggono dalla nave che affonda?
«Con un leader attaccato dagli avversari, insidiato dagli alleati e che, diciamolo, anche per ragioni anagrafiche non dimostra grande attenzione al partito, i meno idealisti cercano altre sponde. Ma non abbiamo perso pezzi importanti. Gente di quarta fila nei partiti di origine, valorizzata da noi. Ingrati, insomma».
«Si consola disprezzando», dico.
«Di fronte c’è una difficile campagna elettorale. Dobbiamo avere un corpo snello e muscoloso. Abbiamo solo perso un po' di grasso», dice. Una bella battuta, studiata. Una di quelle in cui si è concentrato per darla. Occhi chiusi, mani tra le tempie e le guance. Un che di spirituale, alla Sandro Bondi.
Il partito unico è un elemento di disgregazione di Fi?
«Sono favorevolissimo alla casa comune dei moderati. Ma non riusciremo prima delle elezioni, se vogliamo farlo con rigore. In ogni modo, asse portante del nuovo partito sarà Fi. Perciò, la sua classe dirigente va rilanciata».
I coordinatori, Sandro Bondi e Fabrizio Cicchitto, sono all’altezza?
«Sono politici di spessore, col dna vero di Fi pur provenendo da esperienze diverse. Ma rispetto alla coppia d'oro, Berlusconi-Scajola, che li ha preceduti, sono inferiori per efficacia organizzativa».
Sono una frana?
«Pensavano che il partito fosse già adulto. Invece, è adolescente e devono imprimergli una guida più forte».
Il Cav è già in piscina in Sardegna. Sembra svogliato. È cotto?
«Tutto mi sembra, fuorché cotto. Ma fa bene a stare lontano dai palazzi romani. Si ricarica di più».
Chi ha stoppato di più il Cav: opposizione o alleati?
«Di gran lunga gli alleati»
Vuole e disvuole. Un giorno si proclama leader. Un altro si dice pronto a fare un passo indietro.
«Dati gli “amici” da cui è circondato, ha avuto un’esperienza defatigante. Ha quindi forti dubbi di volerla ripetere. La gente lo immagina autonomo come i sindaci delle loro città. Invece è un primus inter pares, strattonato. A spingerlo a continuare, solo la consapevolezza che la sinistra vuole il governo per sé, non per il bene del Paese».
Lo riconosce ancora il Cav?
«Mi aspetto che entro ottobre esca da questa incertezza e provochi un chiarimento forte con gli alleati. Tra questi, c'è chi ha più una volontà di demolire che di costruire».
Pensa a Follini e Casini?
«Entrambi hanno, mentalmente, già perso le elezioni. Pensano ormai al dopo, non a cosa fare ora per vincere».
Casini, parlando come De Mita, vuole «discontinuità».
«Ma non spiega in che consista. Se parla del programma, non ne vedo il bisogno perché funziona. Dovremmo aumentare le tasse, invece di diminuirle? Se pensa a Berlusconi, dica chiaramente che vuole essere lui il candidato. Ma se si accantona il leader del partito più forte, hanno eguali diritti a farsi avanti Fini o la Lega».
Se il Cav fa il passo indietro, chi vede al suo posto?
«Sono per Berlusconi. Se no, meglio un nome del tutto nuovo. Sarebbe un valore aggiunto».
Si è parlato del grazioso Luca di Montezemolo.
«Dubito che abbia una qualsiasi affinità con la Cdl. Per misurare la sua ostilità, basta vedere chi ha messo alla direzione de La Stampa. Quell’Anselmi che ha diretto L’espresso peggiore, ciecamente antiberlusconiano».
Vero che con la politica il Cav. ha esteso il suo impero?
«Berlusconi ha una forte presenza industriale. Quindi, se il Paese va male, i suoi conti peggiorano. Se va bene, tornano. Nell’ultimo decennio, nonostante tutto, l’Italia è notevolmente migliorata».
L’affare Cdb Web Tech tra Cav e De Benedetti è sfumato.
«Trionfo dell’intolleranza di sinistra. Peccato, era un’operazione illuminata».
Illuminata? Si proponevano si salvare aziende, mentre l’Ingegnere era più noto come affossatore.
«Appunto. Berlusconi avrebbe insegnato a De Benedetti il mestiere. E De Benedetti, secondo il quale Berlusconi corrompe magistrati, avrebbe toccato con mano la falsità della sua accusa».
Alla luce di tutto questo, lei che pensa del Cav?
«Persona apparentemente semplice, ma molto complessa. Un genio creativo. Un perenne conquistatore».
Deferenza di dipendente o turificazione sincera?
«Lei non mi conosce: sincerità assoluta» (qui infila la fede nel pollice).
Le intercettazioni di Fazio spiattellate sui giornali?
«Sbagliato per il Paese e per le persone coinvolte in questa cornice scandalistica su fatti delicati della nostra società».
Il blocco da parte dei giudici di beni e uomini della Bpi?
«La magistratura in Italia è l’unico potere che non paga mai. Eppure sbaglia anche lei».
La fissa del Governatore per l’italianità delle banche?
«Sono per l’italianità, quando si regge sulle sue gambe. Forse solo per la Bnl, non per l’Antonveneta, l’italianità poteva essere difesa».
Nel 2006, la Cdl perde o crolla?
«Vince, se gli alleati ci credono e sono concordi. Se invece continuano i veti, sulla Mussolini, Rotondi, il movimento siciliano di Raffaele Lombardo, non si va da nessuna parte».
Chi si augura leader della sinistra, per meglio batterla?
«Prodi, sempre più agganciato alla parte più pericolosa e comunista».
È furbo. Avrà calcolato i suoi passi.
«Ne farà inevitabilmente di falsi».