Dai pianisti ai portaborse: tutti i vizi di Montecitorio

Pino Pisicchio, diavolo d’un uomo, ha l’argento vivo addosso. Deputato al Parlamento da vent’anni suonati, presidente della commissione Giustizia di Montecitorio, pago di un simile curricolo potrebbe vivere di rendita e starsene in panciolle. E invece no. Nei fine settimana batte la sua Puglia palmo a palmo perché gli elettori non sono mai troppi. E nei giorni feriali nella cosiddetta Camera bassa, per distinguerla dal Senato, si divide tra commissione e aula senza soste. Ha presentato un’infinità di proposte di legge e interviene spesso e volentieri sui più importanti provvedimenti.
Come se tutto questo non bastasse, ha anche una seconda vita. Nei ritagli di tempo scrive a più non posso libri su libri, tant’è che si è procurato il callo dello scrivano. Ne ha pubblicati, pensate, una ventina: roba da far invidia a Domenico Fisichella, che ha sì prodotto qualche libro in più, ma è anche più vecchio di diciannove anni. Perciò Pisicchio, con l’andare del tempo, può batterne il primato. Adesso si è tolto uno sfizio.
Dopo tanti saggi, come si conviene a un docente universitario come lui, si è voluto cimentare in un nuovo genere letterario. E così ha sfornato un brillante «giallo», un giallo politico, come si desume fin dal titolo: Onorevoli omicidi. L’intreccio è ben costruito, capitolo dopo capitolo. Ma è alquanto improbabile. Va bene che tira forte il vento dell’antipolitica, va bene che Pisicchio è deputato dell’Italia dei Valori, il partito dell’ex pm Antonio Di Pietro, convinto che semel abbas, semper abbas. Ma quattro omicidi ambientati a Montecitorio e dintorni sono francamente troppi.
Il budello che divide Palazzo Chigi da Montecitorio si chiama via dell’Impresa perché, a quanto pare, lì si consumò un delitto. Manco a dirlo, a sfondo politico. Ma al tempo dei secoli bui. Ai giorni nostri la politica è una guerra mimata. Non scorre più il sangue. Oggi gli uomini politici, tanto più se di governo, rischiano di tornarsene a casa. Magari perché vittime, ne sa qualcosa Romano Prodi, di una congiura. Ma la trama di Pisicchio non è che una scusa per indossare i panni del cicerone e introdurre i lettori nel mondo dei Palazzi. Montecitorio in primis.
Sono molte e gustose le sue notazioni. Ecco i «pianisti» che votano per il collega assente non tanto per battere, grazie al suo voto, la coalizione avversaria quanto piuttosto per assicurargli la diaria. Ecco i vitalizi degli ex parlamentari. Ecco Carlo Giovanardi, il ministro che nella scorsa legislatura sovente sostituiva il presidente del Consiglio, il suo vice e i ministri nelle risposte al cosiddetto question time. Ecco gli assistenti parlamentari, ribattezzati portaborse. Ecco gli amorazzi segreti con starlette televisive. Ecco i funzionari parlamentari, sacerdoti delle regole del gioco. Ecco l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, arbitro bonario delle partite parlamentari. Ecco il magnifico fregio di Aristide Sartorio che fascia l’aula di Montecitorio. Ecco i commessi in guanti bianchi, sovente laureati, che richiamano quanti nelle tribune del pubblico spenzolano le mani dalla balaustra. Ecco il Transatlantico delle riprese televisive, la buvette, i peones, i giornalisti che parlottano tra loro.
L’autore di questo succoso libro, sia chiaro, non intende castigare i costumi. Anche se volesse, non potrebbe permetterselo. Perché, bene o male, di quel mondo dorato fa parte. Politico navigato qual è sa bene che solo le matricole arrivano dalla provincia nella Capitale con l’intenzione di rivoltare l’Italia come un calzino. Quando si accorgono che Roma inghiotte tutto, anche i loro sogni giovanili, è ormai troppo tardi per giocare alla rivoluzione.
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