Dai proclami alla retromarcia, parole al vento

Così l’Unione ha contraddetto se stessa. I riformisti rinunciando all’innalzamento dell’età, i massimalisti accettando gli scalini

da Roma

Nomina sunt consequentia rerum. «Le parole corrispondono alle cose», diceva Giustiniano nelle Institutiones. In politica, spesso, i fatti non si svolgono nello stesso modo. Basti pensare alla controriforma delle pensioni varata ieri notte e si scopre come una formula, un convincimento possano sbiadire o evaporare nel loro contrario come se si trattasse di un esperimento alchemico.
Il ruolo di piccolo mago dei nomi questa volta è stato interpretato da Walter Veltroni. Nella sua discesa in campo, al Lingotto di Torino, lo scorso 27 giugno, il candidato leader del Pd e sindaco di Roma aveva sottolineato che in un Paese in cui l’età media si allunga serve un «nuovo patto generazionale». E il totem era stato individuato nel governatore di Bankitalia, Mario Draghi, che nelle Considerazioni finali aveva rilevato la necessità di «accrescere nel tempo l’età media effettiva di pensionamento». Che dire poi del Veltroni che dieci giorni fa ribadiva quanto sia «iniquo che siano i giovani precari a pagare le pensioni dei padri», sempre all’insegna di questo magnifico «nuovo patto tra le generazioni che cambi radicalmente il volto del Paese».
Ieri, dopo la sigla di un accordo che incide per 14 miliardi di euro sulla spesa pubblica e che finanzia la possibilità di andare in pensione a 58 anni con l’aumento dei contributi per autonomi e parasubordinati (i precari; ndr), che cosa ha detto Veltroni? Che si è trattato di «un primo passo importante del nuovo patto tra le generazioni che credo sia la principale sfida dei prossimi anni». Come ha detto il coordinatore di Forza Italia, Sandro Bondi, tutto questo significa «giocare con le parole e con il futuro del Paese». Un dubbio resta: dov’è l’innovazione di questo «patto» se anziché aumentare l’età pensionabile la si abbassa?
Ma Veltroni non è stato l’unico esponente del centrosinistra a contraddirsi. Prendiamo il vicepremier Massimo D’Alema e facciamo un salto indietro al 29 giugno 2007. Il «lìder Massimo», nel corso di un dibattito con il segretario generale della Cgil Epifani, puntualizzò che «il governo non ha i soldi per cancellare lo scalone e anche se ce li avessimo sarebbe sbagliato metterli un’operazione di questo tipo». Questa sortita attirò a D’Alema altre antipatie all’interno della sua stessa coalizione.
Ma facciamo un altro salto nel tempo, e precisamente al 22 novembre del 1999. In quel di Firenze l’allora presidente del Consiglio discuteva con Bill Clinton, con Tony Blair e con Gerhard Schröder della «terza via», in pratica dell’«Ulivo mondiale». Per D’Alema a quei tempi la scadenza del 2020 della «bellissima riforma delle pensioni di Lamberto Dini non ha risolto il problema» e «bisognerà discutere con serietà di come rendere queste scadenze più vicine». Sono passati otto anni e ieri la controriforma previdenziale è stata salutata dal vicepremier come «un accordo positivo» e «un momento importante per il governo e per il Paese».
Anche Francesco Rutelli non è tra coloro che hanno tenuto la barra dritta. Il 5 luglio denunciò «l’ipocrisia nazionale in cui stiamo affogando tutti» dicendosi «sorpreso che non sia ancora nato un movimento di trentenni che manifestino contro la possibilità di andare in pensione a 58 anni». Ieri il leader della Margherita aveva spostato il traguardo un po’ più in là parlando di «un accordo ragionevole che ha risolto i due punti lasciati aperti dal governo Berlusconi e ora l’agenda del governo potrà spostarsi sulle esigenze di mondi produttivi e sociali».
Questi esempi dimostrano in maniera eclatante che i riformisti dell’Unione hanno visto tradite le loro speranze e hanno dovuto in qualche modo far buon viso a cattivo gioco. Il numero uno dei Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio, il 27 giugno chiedeva «un accordo nel rispetto del programma» e ieri ha sottolineato che si tratta del «miglior compromesso possibile e ora la parola passi ai lavoratori». Quegli stessi operai ai quale anche il segretario del Prc, Franco Giordano, si rivolgeva nelle scorse settimane proclamando che «bisogna abolire lo scalone» e che «il governo deve rimettersi in sintonia con i lavoratori, altrimenti il rischio è grande». Lo stesso Giordano che ieri ha dovuto ingoiare gli scalini e difendersi promettendo che «lavoreremo in Parlamento» per le modifiche (anche della legge Biagi) e che «terremo conto del referendum tra i lavoratori».
Le estenuanti mediazioni hanno indebolito un po’ tutti e non resta che indorare la pillola giocando con le parole. Sperando che quelle pronunciate in passato siano già state dimenticate.