Dai «regali» della banca di Calvi alla spartizione dei giornali italiani

L’episodio dove più emerge la fisionomia della P2 come agenzia specializzata in affari sporchi di finanza e potere per conto proprio e altrui è quello della Rizzoli-Corriere della Sera. Sta di fatto che un gruppo di vertice della P2, vale a dire Umberto Ortolani e Bruno Tassan Din insieme con Licio Gelli e Roberto Calvi, riesce in breve tempo e senza l’impiego di denaro proprio a impadronirsi della maggiore azienda nazionale dell’informazione utilizzando soltanto l’abilità manovriera e la capacità d’intermediazione tra alcuni circoli finanziari pubblici e privati e le segreterie politiche dei maggiori partiti, Dc, Psi e Pci.
Il caso Rizzoli
Il banchiere Calvi che vuole ingraziarsi i partiti provvede alle loro risorse finanziare attraverso il Banco Ambrosiano collegato all’Ior. I responsabili piduisti di banche private e pubbliche concedono prestiti-capestro al gruppo Rizzoli su sollecitazione politica di modo che il debitore sia tenuto sotto ricatto. È in questo contesto che Gelli, Ortolani e Tassan Din, senza investimenti propri ma con il sostegno finanziario di Calvi e la garanzia dei padrini politici, possono divenire i proprietari della Rizzoli, che Tassan Din viene nominato direttore generale dell’azienda con il consenso del sindacato della stampa controllato dal Pci, e che Franco Di Bella su indicazione di Gelli siede sulla prestigiosa poltrona di direttore del quotidiano con l’assenso dei partiti.
(...) È evidente che nella scalata al Corriere della Sera gli interessi di consorteria di Gelli, Ortolani e Tassan Din e dei giornalisti a loro proni non sarebbero stati tutelati, se non vi fosse stato il pieno consenso dei partiti dell’arco costituzionale. A questi interessava, oltre al denaro di Roberto Calvi, soprattutto il controllo della stampa, dal Corriere della Sera alle altre testate del gruppo Rizzoli. Mantenere in stato di soggezione importanti settori giornalistici attraverso gli uomini della P2 significava per i partiti acquisire un potere dal valore inestimabile.
(...) Alla Rizzoli in crisi finanziaria, la direzione strategica della P2 assegna il compito di acquistare o finanziare altre testate giornalistiche al fine di accattivarsi i tre maggiori partiti, Dc, Pci e Psi. (...) Il Pci, tramite finanziamenti alle cooperative, si assicura la sistemazione di alcune gazzette emiliane, ottiene la compartecipazione alla gestione della linea politica del Mattino e ipoteca l’orientamento del «Corriere della Sera» come fiancheggiatore del compromesso storico. Tutte queste operazioni sono portate a termine con finanziamenti in nero che nel 1976 valgono circa 10 miliardi di lire (65 mld d’oggi) compensati con operazioni in borsa «consigliate e impostate da Umberto Ortolani del vertice P2 e finanziate da Roberto Calvi, cioè dal Banco Ambrosiano».
Assalto all’editoria
Allorché nel 1979 si fa stretto l’intreccio affaristico tra P2 e partiti, viene stipulato un patto direttamente tra il segretario della Dc, Flaminio Piccoli, e il direttore della Rizzoli, Bruno Tassan Din, con cui si regala alla Dc una decina di miliardi di lire.
(...) Un ulteriore capitolo della complessa partita finanziaria tra la Rizzoli e i partiti è la legge sull’editoria del 1980. Con quel provvedimento si volevano ripianare a spese del contribuente i debiti delle aziende editoriali, in particolare quelli della Rizzoli provocati dalla politica espansionistica della P2 volta ad assicurare alcune testate giornalistiche ai tre maggiori partiti. La mobilitazione parallela della P2 e dei partiti a favore del provvedimento risultò imponente per capacità di esercitare pressioni, imbastire ricatti e creare corruzione. Rapporti pressanti vennero stabiliti tra il gruppo piduistico e le segreterie di Dc, Pci, Psi, Psdi, e Pri con Umberto Ortolani addetto a distribuire un fondo nero denominato «Operazione legge editoria». A sostegno dell’emendamento «cancelladebiti», che avrebbe dovuto sanare il deficit della Rizzoli, scesero in campo non solo la Dc e il Psi ma anche il Pci per conto del quale Paese Sera si lanciò in un’accanita campagna di sostegno motivata da un ingente debito del quotidiano con il Banco Ambrosiano. Anche uno dei protagonisti dell’offensiva piduistica restò personalmente travolto dalle trame imbastite intorno alla loggia; Roberto Calvi, padrone del Banco Ambrosiano, fu vittima dei partiti non solo per Il Corriere della Sera, che pensava di utilizzare come pegno con Dc, Psi e Pci in cambio di benevolenza, secondo quanto gli aveva fatto credere la combriccola piduistica.
Soldi ai partiti
(...) In ogni caso, quali che fossero le ragioni degli esborsi che Calvi fu convinto a effettuare prima da Gelli, Ortolani e Tassan Din e poi da Flavio Carboni e Francesco Pazienza, sta di fatto che i tre maggiori partiti incassarono somme ingenti di denaro, tanto più consistenti quanto più la situazione giudiziaria e finanziaria del banchiere si aggravava tra il 1981 e il 1982. Il Psi comincia a indebitarsi per 250 milioni con il Banco Ambrosiano nel 1975, una somma che progressivamente aumenta fino a 9 miliardi nel 1980 e a circa 15 miliardi nel 1982 (40 mld d’oggi) al momento della messa in liquidazione del Banco. II Pci, dal canto suo, riceve dal Banco Ambrosiano nel corso del 1981 una decina di miliardi che rimborsa grazie al finanziamento pubblico, salvo poi, ai primi mesi del 1982, ottenere un nuovo fido di un’altra decina di miliardi coperto da una fideiussione sul palazzo di Botteghe Oscure. Inoltre l’Ambrosiano finanzia il quotidiano Paese Sera per una somma che nel 1983 ammontava a 25 miliardi e successivamente con gli interessi arriva e oltre 35 miliardi di lire. La singolarità dei finanziamenti al Pci sta però nel fatto che essi vengono erogati in concomitanza con il periodo del massimo attivismo della P2 e del tentativo di suicidio di Calvi in carcere.
Consorteria
Anche il Psdi con l’apertura di un fido per 440 milioni e il Pri con un altro di 600 milioni si giovarono dell’Ambrosiano. E benché non risultino finanziamenti diretti alla Dc, assai cospicui furono i denari convogliati dalla «banca dei preti» al mondo democristiano: una linea di credito di mezzo miliardo all’agenzia giornalistica Asca, e quattro miliardi e mezzo all’editoriale San Marco del «Gazzettino» che ottenne circa 40 miliardi di lire erogate dalla Sparfin di Calvi. Ecco le conclusioni della nostra relazione di minoranza all’inchiesta P2: «Non vi può essere dubbio che tutti questi finanziamenti fanno parte della politica della P2 di coinvolgimento e sostegno dei maggiori partiti. Pci, Psi, Dc e Psdi impegnarono anche formalmente, nelle loro operazioni, i contributi che avrebbero ottenuto attraverso i provvedimenti previsti dalla legge sul finanziamento pubblico ai partiti e per l’editoria. Sia il lungo scontro per il raddoppio e l’indicizzazione del finanziamento pubblico, sia quello sulla legge per l’editoria e le speciali provvidenze per la Rizzoli trovarono non a caso schierati Dc, Pci e Psi sul fronte di chi voleva maggiori contributi dallo Stato anche o soprattutto perché questi partiti avevano contratto impegni e vincoli con gli uomini e i gruppi della P2».