Dai richiami a Cristo all’Olocausto Deliri nella lettera di Ahmadinejad

Diciotto pagine in farsi ed inglese, ma poche proposte concrete. Nessuna offerta di trattativa sul nucleare. Nessuna apertura concreta sull’Irak. Nessun segnale per l’avvio di un eventuale negoziato diretto. Al loro posto tante, troppe accuse. A Washington per aver taciuto la verità sull’11 settembre. Ai sistemi liberal democratici definiti fallimentari. Ai nemici del progresso nucleare iraniano schierati sempre a fianco d’Israele.
La lettera del presidente iraniano Ahmadinejad al suo omologo George Bush suona più come atto d’accusa all’America e all’Occidente condito da immancabili riferimenti religiosi che non, come scrivevano ieri i quotidiani iraniani, «un’iniziativa di diplomazia globale». Più, insomma, un trattato sul «mondo secondo Mahmoud Ahmadinejad» che non una proposta di dialogo.
«I popoli del mondo non si fidano delle organizzazioni internazionali perché i loro diritti non sono tutelati mentre qualsiasi progresso tecnologico e scientifico in Medio Oriente viene interpretato come una minaccia nei confronti del regime sionista», spiega il presidente iraniano nell’unico riferimento alla questione nucleare e al ruolo dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica). Il conflitto iracheno - «la terribile tragedia che ha finito con l’ingoiare sia gli occupati sia gli occupanti» – è, nell’Ahmadinejad pensiero, soprattutto una guerra ingiusta lanciata usando il falso pretesto delle armi di distruzione di massa. Dopo aver discettato dell’11 settembre chiedendo a Bush «perché mai i vari aspetti degli attacchi sono stati tenuti segreti» e perché non sia stato spiegato «chi non ha fatto il suo dovere», il leader iraniano ribadisce il suo punto di vista su Israele e sull’olocausto. «Dopo la guerra si disse che sei milioni d’ebrei erano stati uccisi (...) Ammettiamo sia vero... questo doveva forse tradursi automaticamente nella creazione dello Stato d'Israele in Medio oriente o nel sostegno a questo Stato?».
Parlando di tutto e di più il presidente pasdaran finisce, però, con il non concentrarsi su nulla offrendo a Condoleezza Rice l’opportunità di liquidare come totalmente inutili le diciotto pagine di riflessioni. «Nella lettera non vi è alcuna apertura che consenta di affrontare la questione nucleare, non c’è traccia di proposte concrete per nessuno dei problemi all’ordine del giorno», sostiene il segretario di Stato americano rispedendo al mittente la missiva.
Il presidente George W. Bush ignora la lettera e manda un messaggio agli iraniani che suona come un’aperta sfida ad Ahmadinejad e al regime di Teheran. «Spero - dichiara Bush durante un discorso in California - di potere un giorno dire agli iraniani “siete liberi, ora possiamo avere relazioni normali”». Bush fa insomma capire di non aver alcuna intenzione di dialogare con i capi della repubblica Islamica, ma soltanto, al caso, con il suo popolo. Un vero affronto per un Ahmadinejad che non ha esitato a solleticare i sentimenti religiosi del grande nemico. «Noi crediamo – aveva scritto il presidente iraniano - che un ritorno agli insegnamenti dei divini profeti sia l’unica via per la salvezza. Mi dicono che Sua Eccellenza segue gli insegnamenti di Gesù (che Dio abbia la sua anima) e crede nella promessa divina sul regno dei Giusti... Se è così non potrà non accettare un invito che punta ad un vero ritorno agli insegnamenti dei profeti, al monoteismo e alla giustizia, per preservare la dignità umana e l’ubbidienza all’Onnipotente e a suoi profeti».