Dai riflettori del teatro a First lady quasi invisibile

Ogni coppia ha la sua canzone. Questa che adesso sta scoppiando ne ha una pescata diabolicamente dal destino: «Che domenica bestiale», di Fabio Concato. Rivelandola alla biografa ufficiale Maria Latella, Veronica Lario un giorno la spiegò così: «Questa canzone rappresenta bene i nostri ritmi di vita, legati ai momenti che riusciamo a ritagliarci soltanto nei giorni festivi...». Sarà un caso, ma anche l'ultimo atto cade nel loro giorno bestiale: più precisamente, quando le edicole alzano la saracinesca nel clima sonnolento e ovattato di una tiepida domenica, lanciando su piazza la soluzione finale a mezzo stampa. Basta, non ci saranno più domeniche. E neppure lunedì. Supposto che ancora ve ne fossero.
La scelta del divorzio manderà probabilmente in visibilio la moltitudine delle pettinatrici e delle vecchie zie, che da tempo si chiedevano come potesse questa povera donna sopportare un marito così gallo, e cosa diavolo aspettasse a fargli trovare le valigie sul pianerottolo. Ma nel momento del tripudio, tutta questa corporazione di donne furiose dimentica quanto indecifrabile sia l'alchimia privata di ogni coppia, così da rendere sgradevole e mortificante qualsiasi intrusione esterna, specie con i modi moderni da Forum o da caccia al tronista, come se tutto quanto, persino le sofferenze più riservate, andassero risolte con un bel televoto pubblico.
Il risultato è questo clima da derby che già sta montando su un matrimonio finito. Veronica l'eroina, Veronica l'ingrata. E anche in questo caso, persino in questo caso, abbiamo la solita semplificazione che troppo volgarmente sta semplificando tutti i fatti italiani, siano terremoti e influenze suine, emergenze rifiuti e scandali arbitrali: sempre, tutto, immancabilmente visto da destra e visto da sinistra. E dire che con un divorzio dopo trent'anni ci sarebbe in gioco della sofferenza umana. Dei due coniugi, ma soprattutto dei tre figli. Per quanto ricchi e fortunati li si possa considerare. A chi la fa facile andrebbe ricordato che un figlio rinuncerebbe a qualunque patrimonio, per vedere padre e madre in perenne armonia. Ma forse non è nemmeno più il caso di ricordare nulla: nel grande mattatoio del pettegolezzo nazionale, complici i risvolti politici, interessa solo prendere posizione. Tirare dalla propria parte. Vista da destra e vista da sinistra. Veronica l'ingrata, Veronica l'eroina. E passiamo finalmente al televoto, che già s'è perso tempo.
Ma ciascuno è padrone del proprio destino, questa la verità. La signora Veronica se lo sceglie un giorno del 1980, accettando la corte di un signore romantico e cacciatore, vulcanico e inafferrabile. In quel periodo sta recitando al teatro Manzoni di Milano, accanto ad Enrico Maria Salerno, nel «Magnifico cornuto». Una visita in camerino, l'assedio telefonico lungo tutta la tournée, poi i primi incontri.
Fino al 1980, nella sua prima vita, Veronica Lario è in realtà una ragazza che sta ancora cercando la strada maestra. Il suo vero nome è Miriam Raffaella Bartolini. Nata a Bologna nel 1956, ha perso il papà quando ancora aveva tredici anni. Da lui, appassionato intagliatore prima di impiegarsi negli enti pubblici, ha fatto in tempo ad assorbire un grande amore per l'arte. Quando si tratta di scegliere la scuola superiore, va dritta al liceo artistico. Qui, racconterà in seguito, un secondo contagio: l'indimenticata insegnante di italiano, portatrice sana, le trasmette il virus della letteratura. Arte e letteratura, i due inguaribili miti di giovinezza che non l'abbandoneranno, diventando anche negli anni della ricchezza e degli agi le prime ragioni del suo tempo libero.
Eppure, è sul palcoscenico che Miriam Raffaella trova le prime forme di espressione e di gratificazione. Le regole del gioco la consigliano di cambiare nome, virando su quel Veronica Lario che nessuno più le leverà di dosso. La carriera d'attrice è ancora agli inizi, almeno a certi livelli, quando un lanciatissimo imprenditore milanese, in quel periodo molto impegnato nel campo della televisione commerciale, la mette in cima ai propri desideri. A 24 anni, Veronica si trova davanti la prima vera scelta di vita. Padrona del proprio destino, accetta il gioco dei sentimenti. Certo oggi non può dire che in quel momento Silvio Berlusconi sia tutto un altro uomo: se un pregio il suo galante innamorato ha dalla nascita, è proprio non aver mai nemmeno tentato di camuffarsi. Adesso non lo capisce più, in quel tempo ne è incantata. Succede, questa è la vita, tantissimi matrimoni cominciano e finiscono così.
Nel 1980, Veronica sceglie di provare. E non c'è altro da aggiungere. Un anno dopo va a vivere con il suo uomo nella villa di via Rovani, zona Sempione, Milano chic. Nel giro di cinque anni, arrivano tre figli: Barbara (1984), Eleonora (1986), Luigi (1988). Anche se Berlusconi non ha ancora niente a che vedere con la politica, non si può dire sia un uomo casa e ufficio. Veronica impara ad accettarne i ritmi, gli orari, le assenze. Non ci si mette con Berlusconi sperando di farne un pantofolaio. Si cerca di reggere il passo, sperabilmente di capirsi. «Io e lui? Siamo il giorno e la notte», racconta la signora. E come può funzionare? «Non ho mai chiesto ciò che non poteva darmi. Sapevo che non ci sarebbero stati percorsi comuni, ho scelto una vita parallela senza interferenze. Questo non significa soltanto non essere mai accompagnata al cinema o al supermercato, ma rispettare quel suo desiderio di apertura verso il mondo, che è una richiesta di libertà totale».
Conosce benissimo il suo compagno. E non esita a sposarlo. È il 1990, ovviamente cerimonia civile, perché lo sposo ha già alle spalle un matrimonio. Pochi invitati. Testimone di Veronica, la signora Craxi. È l'inizio di un'altra storia, che comporta il trasloco familiare dalla città a Macherio, nel '92. Poi arriva la politica, ed essere la signora Berlusconi diventa esercizio sempre più acrobatico. Lei continua il suo itinerario di «vita parallela»: i bambini prima di tutto, ma anche l'orto biodinamico, il teatro, le mostre, i viaggi, l'avventura editoriale con «Il Foglio». Sempre defilata, mai first lady.
Fino a quando regge? Si racconta ora che l'equilibrio si sgretola praticamente a partire dai primi anni Duemila. Che lei, in seguito, sopporta solo per i figli. E pazienza se nel 2004 esce il libro della Latella, in cui Veronica ancora rivela d'essere molto fiera di Silvio, di nutrire nei suoi confronti una grande stima e una grande rispetto. E pazienza se ancora nel 2006, per i cinquant'anni, se lo ritrova a Marrakech travestito da ballerino in una festa berbera, pronto a confermarle il più eterno degli amori.
Come sempre, quando ci si avvia dall'avvocato, tutto sembra preistoria. Tutto un errore imperdonabile. Come se si parlasse di altre persone, di estranei, in un'altra vita, in un'altra epoca. Ma è per questo che non c'è niente di più triste, quando ci si avvia dall'avvocato, alla fine di una storia.