Dai veleni del Nevada esce vincente la Clinton

da Las Vegas

Hillary Clinton si aggiudica la nuova sfida tra i democratici per la nomination alla Casa Bianca: ieri ha sconfitto Barack Obama nel caucus del Nevada dopo un testa a testa che si è protratto fino a tarda sera e che ha visto prima in vantaggio il senatore dell’Illinois e si è concluso con il successo di Hillary. La senatrice si è così aggiudicata anche questo Stato dopo il New Hampshire. Lo Iowa era invece andato al senatore dell’Illinois. In casa repubblicana l’ex governatore del Massachusetts, il mormone Mitt Romney (il Nevada è uno degli Stati con massima densità di mormoni) ha vinto come previsto, non avendo in pratica avversari. Ma il voto importante per il Partito repubblicano è stato quello della Carolina del Sud, dove John McCain si è presentato facendo campagna, cosa che non è avvenuta in Nevada. L’esito della sfida McCain-Romney in Carolina è atteso nella notte.
In Nevada la vigilia è stata contrassegnata da velenose accusa tra Hillary e Barack, che avevano cominciato le loro schermaglie per tempo, dedicato sforzi che di solito i partiti trascurano di compiere in uno Stato normalmente marginale come questo, quelli dell’Ovest in genere e soprattutto quelli in cui invece delle primarie si svolgono i caucus. C’è una piccola differenza: le primarie le paga lo Stato, e dunque i contribuenti, i soldi per i caucus escono dalle tasche dei partiti. La preoccupazione condivisa era l’affluenza, soprattutto nella prima giornata del lungo ponte del Martin Luther King’s Day. Ad attrarre gli elettori ci hanno pensato i grandi alberghi, quelli che hanno i grandi casinò.
E così si è discusso di politica nella Sala Egizia dell’Hotel Luxor, nella Sala di Versailles dell’Hotel de Paris, nella sala della Torre del Bellagio, nella sala Fiorentina del Caesar’s Palace. Una svolta mondana? Non solo: i casinò sono pieni di croupier e i grandi alberghi di camerieri, cuochi e sguatteri (il solo Bellagio ha 4mila dipendenti), in genere di inclinazioni politiche democratiche e organizzati in due potenti sindacati, quello dei croupier e la Culinary Union, che ha invitato i suoi aderenti a votare per Obama, accendendo così l’ultimo round di ostilità e scambio di veleni con il suo rivale Hillary Clinton. Poi, in serata, è cominciato il testa a testa conclusosi con la vittoria della Clinton.
Nelle ultime ore i due si erano fatti guerra su tutti i fronti, con sempre meno rispetto della cortesia. L’ex first lady prima ha cercato di impedire che cuochi, camerieri e sguatteri votassero sul posto di lavoro. Non c’è riuscita, e allora ha rinfacciato a Obama di essere un nemico del gioco d’azzardo. Il giovane senatore dell’Illinois ha in effetti sempre negato che il gioco d’azzardo sia uno «strumento per lo sviluppo economico» e messo in guardia contro il suo «costo morale e sociale». Hillary, imperterrita, si è schierata con i croupier, insinuando che chi scoraggia la roulette o il baccarat può portare danni all’economia del Nevada. Obama ha cercato di parare la botta in extremis dicendo che il gioco, sì, è una brutta bestia, ma «nello Stato del Nevada, almeno, è regolato nel modo migliore». Gli strateghi di Obama hanno inoltre fatto trasmettere da stazioni di lingua spagnola spot con l’accusa a Hillary di «disprezzare gli ispanici».
Ma erano solo le avvisaglie dello scontro principale. Intervistato da un quotidiano di Reno, Obama ha ribadito quello che aveva già detto in un’altra occasione, esprimendo la propria ammirazione per Ronald Reagan, il presidente repubblicano che, ha detto il candidato, «ha cambiato le priorità e la traiettoria dell’America in un modo che non è riuscito a nessuno prima o dopo di lui: né a Richard Nixon né a Bill Clinton. In conseguenza è giusto dire che per un periodo di tempo abbastanza lungo, dai dieci ai quindici anni, i repubblicani sono stati il “partito delle idee”».
Giudizio difficile da confutare, ma l’accenno a Bill Clinton ha suscitato le ire di Hillary.