Dai verbali dei politici calabresi i segreti dell’omicidio Fortugno

Reggio Calabria - A proposito dei mandanti occulti e del filone politico nell’omicidio Fortugno, forse non tutti sanno che il primo a tirare in ballo il nome scomodo di Domenico Crea, primo dei non eletti della Margherita proprio dietro la vittima, fu Mario Laganà, ex potente democristiano, potentissimo dirigente della Asl di Locri, suocero del compianto vicepresidente del consiglio regionale calabrese. Lo racconta una relazione del maresciallo dei carabinieri Fortunato Pratico che la sera stessa dell’agguato ha udito il papà della vedova scandire le seguenti parole: «Eppure non aveva fatto male a nessuno, aveva persino inserito nelle liste tutti… anche quelli che gli avevano detto di non inserire, compreso Crea di Melito».
Bene. Proprio intorno a Mimmo Crea, che ad oggi non risulta indagato nonostante il presunto mandante del delitto e il presunto autista del commando siano dentro per avergli fatto il favore di eliminare il concorrente, si è detto e scritto di tutto. E sulla sua figura ruotano gran parte degli interrogatori dei politici calabresi ascoltati dai pm reggini. A cominciare da quello del 1° dicembre 2006 di Agazio Loiero, presidente della giunta regionale con più indagati d’Italia.

Il governatore Agazio Loiero e gli «impegni» dei Fortugno
«Avevo un buon rapporto con Fortugno, eravamo nello stesso partito, appoggiò la mia candidatura. Era una persona mite, un cattolico. Quanto a Crea non l’ho mai frequentato, mi stupì il fatto che lo volessero portare nella Margherita, e mi opposi» per un problema di immagine e non di problemi giudiziari («di cui mai, né la vedova né Franco mi parlarono mai») in quanto Crea rappresentava l’ennesimo trasformista calabrese. «Però mi si disse che avrebbe portato 14mila voti. La coalizione voleva vincere. Ne parlai una volta con Minniti chiedendogli se Crea fosse indagato e questi mi rispose che probabilmente non lo era (…). Alla candidatura di Crea vi era un interesse reggino (con Meduri e Oliviero, era notorio) e romano attraverso Franco Marini e Sergio D’Antoni». Proprio per sponsorizzare Crea «mi telefonò una volta Nicodemo Oliverio (deputato dell’Ulivo, ndr) invitandomi a recarmi a Lamezia per incontrare Marini e D'Antoni. Con loro vi era anche il Crea che mi chiese quali sarebbero stati i miei criteri di nomina degli assessori in caso di vittoria. Risposi che avrei tenuto conto delle competenze e che avrei scelto gli assessori tra i consiglieri». Tra Fortugno e Crea, il primo - a detta di Loiero - aveva più prerogative per diventare assessore» ma dopo l’incontro con Marini e D’Antoni «mai più Crea mi parlò della vicenda dell’assegnazione di un assessorato» che, precisa Loiero, non riguardava espressamente quello alla Sanità. A elezioni avvenute «ritenni di non affidare l’assessorato a Fortugno in quanto la riconoscenza nei suoi confronti l’avevo già manifestata facendolo votare». Loiero spiega di non avere mai saputo delle doglianze di Fortugno sull’ospedale di Locri e nemmeno su Crea «del quale temeva la potenza elettorale che lo danneggiava. Mugugnava parecchio spalleggiato, devo dire la verità, dalla moglie che temeva questa cosa (…). Lei faceva campagna elettorale, era capace, ha avuto il padre deputato quindi aveva un’esperienza che Fortugno non aveva». Il pm chiede se è a conoscenza di Fortugno che si accreditava in campagna elettorale come assessore in pectore, riprendendo più avanti il discorso a proposito di una frase di Crea in tv sul fatto che non avesse mantenuto certi impegni: È possibile che abbia detto che sarebbe diventato assessore, è una cosa che ti fa prendere voti (…). Quanto alla frase di Crea credo si sia riferito alla squadra dello stesso Fortugno, formata dalla moglie, dal suocero, dal cognato». Poi le domande vertono sulla candidatura della vedova: «Era mio convincimento che lei non disdegnasse di candidarsi, all’interno della Margherita vi fu qualche contrasto circa la sua candidatura per via del sistema elettorale, perché lei sarebbe comunque risultata» eletta, a discapito di altri. In più Loiero rivela della guerra intestina con Naccari, che faceva riferimento a Rutelli, il quale accusava Fortugno e il cognato d’aver gonfiato le tessere per conquistare potere. Concludendo, sul profilo politico del delitto, Loiero spiega come inizialmente pensasse che il rituale dell’omicidio non era quello classico mafioso «bensì politicamente più alto», con un «messaggio diretto al rinnovamento che stavamo portando avanti». Dopodiché, con gli arresti dei presunti responsabili, «non pensai più al mandante politico perché l’affare diventava una cosa più misera, roba di paese».

Il ds Bova: la regia dei poteri occulti
Giuseppe Bova, Ds, presidente del consiglio regionale calabrese, il 26 ottobre 2006 spiega ai pm che il boom elettorale di Fortugno non era stato previsto da nessuno. E che quell’exploit così forte «è stato motivo di disequilibrio e in quanto tale un potenziale pericolo per i poteri occulti» che Bova identifica, anche, in quelle fonti istituzionali che hanno passato ai giornali le intercettazioni di Franco Fortugno al telefono con tale Giuseppe Pansera, genero del boss Morabito. «Tali pubblicazioni - attacca - ebbero la funzione di depistaggio». Quanto a Fortugno, continua Bova, «fino a un certo punto pensava che avrebbe potuto fare l’assessore alla Sanità, poi però restò deluso per non esser stato nominato e per un altro assessorato alla Margherita si pensò addirittura a Naccari anziché a lui». E ancora: «Come portatore di questo disequilibrio, Fortugno era più pericoloso prima dell’elezione che non dopo (…), passate le elezioni i rapporti nella Margherita diventano meno facili, più complessi». Rispetto all’omicidio, chiosa Bova, i due Marcianò arrestati, padre e figlio, «c’entrano eccome. La presenza della ’ndrina nella provincia fa sì che gli accadimenti delittuosi, e nella fattispecie l’omicidio di un tale personaggio, avvengano non senza il consenso della mafia». E alla richiesta di spiegazioni sulle entità oscure che starebbero dietro al delitto, Bova ammette di non essere in grado «di riferire fatti e circostanze che possono individuare il coinvolgimento dei servizi segreti o della massoneria deviata». In un nota di ieri pomeriggio riferita all’intervista del presunto mandante del delitto che ha riferito d'aver raccolto voti per tanti politici, compreso Bova, il presidente del consiglio regionale ha voluto precisare di non conoscere e di non aver mai avuto a che fare con Sandro Marcianò, ribadendo altresì la richiesta che sul delitto venga fatta quanto prima piena luce

Il «j’accuse» di An: ecco tutti i nomi
Angela Napoli di An, ex numero due dell’Antimafia, è il solo politico che a verbale snocciola fatti pesantissimi, sollecita riscontri a circostanze specifiche denunciate in interpellanze rimaste senza risposte, parla di massoneria sporca. «Nella dicitura omicidio politico-mafioso - osserva - per “politico” non si deve intendere la carica di Fortugno bensì gli intrecci che in Calabria sono comuni, ma mai individuati, tra mondo politico e criminalità organizzata». La Napoli riferisce d’aver provato a scavare sul delitto in commissione parlamentare ma forse per timore dell’individuazione di certi trasversalismi, «alcune forze politiche non si sono mostrate unite al raggiungimento di tale finalità. Nella relazione finale, infatti, non si dice molto dell’omicidio né dei rapporti che la politica ha con la ’ndrangheta». Sulle asserite commistioni nel comparto sanitario (vedi cliniche private, società, appalti, forniture) con le dovute cautele la parlamentare fa riferimenti mirati al consigliere regionale Cherubino, al senatore Crinò, all’esponente della Margherita Domenico Crea, finanche all’onorevole Fuda. Sulla causale del delitto abbozza un ragionamento: «Troppo poco è passato tra l’insediamento del nuovo consiglio e le cariche di giunta affidate (…). Ci devono essere state intrusioni di altra natura, Fortugno aveva fatto campagna elettorale in tutta la provincia di Reggio, tra cui la Piana di Gioia Tauro, garantendo che avrebbe fatto l’assessore alla Sanità. C’è da chiedersi se detta garanzia sia stata supportata da voti malavitosi non necessariamente legati alla locride e magari, la mancata nomina, non ha permesso di poter garantire detti progetti». E in ultimo: «Non trovo condivisibile l’attuale presunto movente individuato (ovvero Crea che fa uccidere Fortugno per subentrargli, ndr) in quanto le prossime elezioni avrebbero certamente consentito l’ingresso di un altro esponente politico della medesima area politica. Altra considerazione che mi lascia perplessa è il fatto che ci siano voluti oltre sei mesi per nominare il successore di Fortugno e ciò, a mio avviso, implica come» in qualche modo «il consiglio sia in qualche modo dietro questo omicidio».
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it