Dai vicoli di Bari Vecchia alla Samp, il più grande talento in blucerchiato

(...) assolutamente abusivo, di piccolo guru dello sport locale. E così, da giorni e giorni, vengo regolarmente fermato da tifosi - bipartisan - che mi chiedono lumi sull’affare Cassano. Gente che urla dai finestrini delle auto: «Ma allora ha firmato?». Avventori dei bar più sperduti della Valpolcevera che si informano sul peso attuale di Antonio. Genoani invidiosi: «E noi?». Genoani felici: «Si sono messi una bomba in casa». Doriani che tornano a sognare dopo una vita di Novellino. Doriani preoccupati perchè troppo assuefatti a Novellino. Insomma, un fenomeno di massa. Perchè tutto si può dire di Cassano, tranne che lasci indifferente. O lo ami, o lo odi.
A tutti ho risposto quello che penso e che ora provo a scrivere: che Cassano è il più grande talento che abbia mai vestito il blucerchiato. Più di Mancini. Poi, magari, fra un anno, saremo qua un’altra volta a raccontare un fallimento e mille cassanate, ma il talento di Antonio è qualcosa di talmente puro, talmente straordinario, talmente cristallino che non è possibile fare paragoni con nessuno del passato recente. Tranne Baggio. Qui siamo nei dintorni di Maradona. Poi, ci sono gli sbalzi d’umore, le esagerazioni, i cannoli alla crema e tutto il resto. Ma questa è la dimensione.
Esagero io? Basta andarsi a prendere Il mio piede sinistro, la biografia non autorizzata di Antonio, firmata dal vicedirettore di Repubblica Dario Cresto-Dina e da Paolo Berizzi, talentuoso cronista, cassanino della penna. Oltre ad essere scritto davvero bene, senza risparmiare nulla nel bene e nel male a Cassano, il libro di Cresto-Dina e Berizzi raccoglie anche una serie di testimonianze sul neo giocatore del Doria. A partire da quella di Pelè, sollecitato da chi gli chiedeva un parere su suoi eredi vari e soprattutto eventuali: «Dopo di me, papà ha chiuso la fabbrica. Tuttavia, ci sono in giro buoni giocatori: Cassano è uno di questi. Ha fantasia, estro, grande tecnica. Mi sarebbe piaciuto giocare con lui». Pelè.
Basta? Non basta. E allora, sul banco dei testimoni, sfila un pezzo di storia del calcio e della capacità di usare i piedi. In alcuni casi, abbinata anche a quella di usare la testa. Roberto Baggio, alla solita domanda sugli eredi, il giorno del ritiro dal calcio rispose: «C’è un giocatore che può superarmi ed è Antonio Cassano». Paolo Di Canio, che da laziale affrontò spesso nei derby sia lui che Totti, non ha dubbi: «Francesco è un ottimo giocatore, ma Cassano è un’altra cosa. Lo ammiro molto, è nato con il pallone fra i piedi e diventerà fra i più forti al mondo». Mentre Paolo Maldini, il giorno del suo ventesimo anniversario in rossonero, fu secco: «I giocatori che più mi entusiasmano sono Ronaldinho e Cassano». Insomma, la risposta a tutti quelli che mi domandano di Cassano è standard. Perchè chiunque abbia avuto la fortuna di vedere giocare anche una volta sola Antonio dal vivo (in serata ispirata, ça va sans dire) deve amare lui e il calcio.
E quindi non solo Antonio è il miglior acquisto del mercato sampdoriano. É anche il più grande colpo di calciomercato tout court.
Da queste colonne non abbiamo mai risparmiato nulla alla dirigenza doriana. Siamo stati (e continuiamo a essere) gli unici nel panorama della stampa cittadina a essere contrari allo stadio ipotizzato da Duccio Garrone a Sestri, vicino all’aeroporto. Ovvio che, se non ci saranno costi per la comunità, Garrone può fare quel che vuole. Ma è ancora troppo fresco il fallimento dell’unico precedente italiano - il Giglio di Reggio Emilia - per non far scattare un allarme preventivo. Anche e soprattutto di fronte a uno stadio, come il Ferraris, che è straordinario sia per quello che rappresenta, sia per la qualità dello spettacolo che assicura a chi va alla partita. Ma, per l’appunto, proprio perchè non siamo mai stati sdraiati sulle posizioni di Garrone, non abbiamo nessun problema a riconoscere a Garrone il merito di una grande campagna acquisti. Sicuramente la migliore da quando è diventato il patron della Samp, qualcosa che non si vedeva a Genova dai tempi di Paolo Mantovani. E nemmeno il tifoso rossoblù più sfegatato può negarlo. Quindi, chapeau per Duccio.
Un doppio chapeau, però, va a Beppe Marotta. E qui devo rifarmi un po’ i fatti miei. Perchè sono stato uno dei suoi critici più severi. Soprattutto, non gli ho mai perdonato l’aver prolungato l’agonia blucerchiata (di gioco, prima ancora che di risultati) non cacciando via Novellino quando era ormai chiaro che quell’esperienza non aveva più nulla da dare al Doria. Era chiaro a tutti, tranne che alla maggior parte dei giornalisti sportivi genovesi, troppo impegnati ad ossequiare tecnico e società rossoblu per poter pensare al bene della squadra e dei suoi tifosi. Dal canto nostro, ci siamo limitati a dire solo quello che era chiaro a tutti. E cioè che il re era nudo.
Questo ha comportato anche (mie) dure critiche a Marotta. Ma, proprio perchè le ho firmate io, sono felicissimo di essere io a riconoscere a Marotta di essere stato l’artefice di un vero e proprio miracolo portando a Genova grandi campioni, per di più senza pagare ingaggi stratosferici.
Se qualcuno avesse detto a inizio mercato che la Samp avrebbe portato a casa Cassano e Montella avrebbe rischiato di essere internato. Marotta li ha portati a casa. Detto tutto.