Il Dalai Lama accusa: "La Cina spara sulla folla"

Giallo su 140 morti: in un’intervista a "Le Monde" parla di una strage, ma poi arriva la smentita. Il premio Nobel: "Da marzo 400 vittime nella sola Lhasa e almeno 10mila persone in carcere"

Parigi - Mentre gli occhi di tutto il mondo sono puntati sugli atleti che si sfidano per l’oro olimpico e sulle proteste dei manifestanti a Pechino, la repressione in Tibet non si ferma. La regione resta blindata e le notizie che arrivano sono frammentarie e confuse, ma la cosiddetta “tregua olimpica” non c’è stata. Al punto che, in un’intervista di Le Monde al Dalai Lama si parlava di 140 morti nella sola giornata di lunedì, quando l’esercito cinese avrebbe sparato sulla folla nell’est della regione separatista, a Kham.

La cifra sarebbe stata fatta da un membro dell’entourage del Dalai Lama, che però ha detto che non c’erano conferme. «Non siamo riusciti a contattare nessuno nella regione». La smentita nel pomeriggio, con un comunicato ufficiale, in cui il governo in esilio ha precisato che non si hanno notizie precise. Restano però le cifre ufficiali, quelle che il premio Nobel per la Pace definisce certe e che arrivano da testimoni affidabili: ovvero, dall’inizio delle proteste, il 10 marzo scorso, nella sola Lhasa (la capitale del distretto) sarebbero state uccise almeno 400 persone. Persone uccise a colpi d’arma da fuoco, mentre manifestavano disarmate.

«Se prendiamo in considerazione tutto il Tibet, il numero delle vittime è ben maggiore - ha aggiunto il leader spirituale -. Diecimila sono state le persone arrestate. E non sappiamo nemmeno in quali carceri si trovano». E ciò che più sembra preoccupare i dissidenti tibetani è che la presenza militare nella regione si sta rinforzando. «Sono anni che ci sono molti soldati di stanza in a Lhasa e nelle altre città, ma la frenesia di costruire nuove caserme nelle regioni di Amdo e Kham, mi porta a dire che questa colonizzazione da parte dell’esercito cinese è destinata a durare», ha spiegato il Dalai Lama, nel suo j’accuse nei confronti di Pechino. E per concludere ha aggiunto che «in Tibet c’è in atto un progetto di repressione brutale».

Un attacco dai toni insolitamente duri, visto che il premio Nobel ha sempre cercato la via del dialogo con i cinesi. Anche ora, con il rischio che immediatamente dopo i Giochi il governo decida di spostare in Tibet un milione di cinesi per “diluire” la popolazione e rendere più difficili le rivolte, il leader in esilio ha detto che «è giusto disputare le Olimpiadi a Pechino perché è un modo per non isolare la Cina e per costruire un’amicizia genuina».

Chi, dopo le oceaniche manifestazioni di marzo, si aspettava un’apertura - almeno a livello di colloqui - fra il governo tibetano in esilio e quello della Repubblica popolare, ha dovuto ricredersi presto. «I nostri emissari - si è rammaricato da Parigi il Dalai Lama - si sono trovati di fronte a un muro. Avevamo creduto di vedere alcuni segnali positivi, ma hanno pensato subito di farci cambiare idea in fretta».
Per cui, anche se quella in Francia resta una visita a carattere religioso, l’agenda del premio Nobel è stata ricca di incontri a sfondo politico: prima ha visto alcuni parlamentari dichiaratamente pro Tibet mentre oggi vedrà la Première dame Carla Bruni accompagnata dal ministro degli Esteri Bernard Kouchner e dal segretario di Stato per i Diritti umani Rama Yade.

La Cina, per non smentirsi, ha invitato la Francia a essere «prudente» nell’affrontare faccia a faccia con il Dalai Lama il dossier tibetano. «È una questione sensibile e importante», ha dichiarato il governo di Pechino. Che, per il resto, ha scelto la linea del silenzio. D’altra parte, per i cinesi, meno se ne parla, meglio è.