Il Dalai Lama apre a Pechino: "Dialoghiamo"

Il leader buddhista incontra i "ribelli" e chiede moderazione. Appello
di Papa Benedetto XVI: "La violenza non risolve i problemi". Il premier britannico Brown vede
spiragli per una trattativa, ma il governo cinese risponde negativamente. <strong><a href="/sondaggio_1a.pic1?PID=52">Boicottare le Olimpiadi? VOTA</a></strong>

Il Dalai Lama tende la mano, la Cina è pronta a mozzargliela. «È un lupo vestito da monaco un diavolo dalle fattezze umane e il cuore di una bestia». Così Zhang Qingli, capo del Partito comunista del Tibet risponde alle aperture del padre spirituale dei tibetani che, preoccupato per la spirale di violenza innescata dalla rivolta di Lhasa, cerca di placare i gruppi più radicali e propone a Pechino nuovi colloqui. E intanto anche il Papa rompe il silenzio dei giorni scorsi e invita tutti ad abbandonare la violenza auspicando che venga scelta la strada del dialogo. «Con la violenza i problemi si aggravano», afferma Benedetto XVI al termine dell'udienza generale. «Seguo con grande trepidazione le notizie che in questi giorni giungono dal Tibet. Il mio cuore di padre - ha detto - sente tristezza e dolore di fronte alla sofferenza di tante persone».
La situazione sul terreno resta però tesa e preoccupante. Mentre le truppe di Pechino circondano l'intera regione e si ammassano intorno alle città del Paese, a Lhasa perquisizioni e arresti di massa hanno già portato alla «sparizione» di oltre mille sospetti. Le autorità si limitano ad ammettere il fermo di 34 persone e l'identificazione di 12 super ricercati tra cui due monaci considerati tra gli ispiratori del venerdì di rabbia e sangue. Alcuni gruppi tibetani sono però pronti alla lotta armata. Secondo i racconti di alcuni abitanti di Lhasa una bomba lanciata contro un veicolo delle forze anti sommossa ha ucciso, martedì sera, almeno quattro poliziotti. La chiamata alla rivolta aperta lanciata dai gruppi tibetani dissidenti dunque conquista consensi all'interno dei territori occupati. Il Dalai Lama dopo aver minacciato martedì le proprie dimissioni in caso d'abbandono della tradizionale «non violenza», ha presieduto, ieri, una riunione d'emergenza con i «radicali» dell'Associazione della Gioventù Tibetana per convincerli ad abbassare il tono della propaganda, rinunciare alla marcia da Dharamsala al confine cinese e appoggiare la riapertura dei colloqui con Pechino. «Entrambe le parti devono realizzare che bisogna vivere fianco a fianco. Sua Santità è pronta a dialogare con i cinesi», spiega subito dopo la riunione il consigliere del Dalai Lama Tenzin Taklha. Il premier inglese Gordon Brown, reduce da un incontro con il primo ministro cinese Wen Jiabao, si diceva sicuro ieri di aver percepito una disponibilità cinese. Ma Pechino ha già espresso la sua preoccupazione per un incontro di Brown con il Dalai Lama in calendario a maggio. Sul piano ufficiale le risposte non sono dunque incoraggianti. Agli insulti e alle accuse personali al Dalai Lama il capo del Partito comunista del Tibet aggiunge la promessa di combattere con tutte le armi contro il Dalai Lama e i suoi fedeli. «In questo momento - dichiara Zhang Qingli - siamo impegnati a combattere con il sangue e il fuoco la banda del Dalai Lama, quella tra noi e il nemico è una battaglia per la vita e la morte». Subito dopo Pechino ribadisce l'intenzione di far passare la torcia olimpica attraverso città e montagne del Tibet. «Il governo della regione autonoma del Tibet è pienamente in grado di garantire la stabilità di Lhasa e del Tibet», dichiara Jiang Xiaoyu, vice presidente del comitato organizzativo. La campagna di arresti e rastrellamenti lanciata a Lhasa dopo l'allontanamento di giornalisti e stranieri e il rafforzamento in corso delle truppe puntano proprio a ristabilire il pieno controllo della situazione. La lista dei 12 super ricercati, tra cui due monaci, è stata messa a punto utilizzando le immagini riprese da telecamere di sorveglianza e tv. «Abbiamo le immagini di molti altri, ma queste sono quelle di cui siamo più sicuri e uno lo abbiamo già preso», ha dichiarato un funzionario cinese aggiungendo che almeno un centinaio di rivoltosi si sarebbero arresi prima dello scadere dell'ultimatum.