Dalai Lama: "Cristiani, non dovete diventare buddisti"

Intervista al leader tibetano: "Sono rare le persone che traggono giovamento scegliendo un nuovo credo". Sul suo Paese: "Noi dovremo convivere con i cinesi, ma il Tibet deve avere la sua autonomia"

Per gentile concessione di Geo pubblichiamo parte di una sua intervista al Dalai Lama
Lei studia il buddismo da oltre 60 anni. Come ne riassumerebbe la dottrina?
«Il buddismo è incentrato sulle nozioni di pena e di sofferenza, di gioia e di felicità. Questi due poli sono intimamente legati. Alla base di tutto c’è il concetto di interdipendenza tra le cose. L’uomo, che aspira alla felicità, si deve preoccupare delle cause della sofferenza. È qui che interviene il concetto della non-violenza. La violenza causa la sofferenza dell’altro, e la conseguenza di questa sofferenza è il nostro dolore. Ecco perché noi dobbiamo sforzarci di non ferire gli altri».

È possibile vivere oggi secondo gli ideali predicati dal Buddha?
«Ciascun uomo possiede le condizioni di una vita felice. Il fatto che riesca o meno a raggiungere questo ideale dipende dal suo atteggiamento interiore. Che sia credente o meno, poco importa. Anche Hitler aveva in se stesso il potere di diventare un uomo felice, capace di compassione. Quando lo dico ai miei amici israeliani, alcuni non capiscono. Intendo dire che ciascun uomo ha in sé il potenziale di diventare buono e felice. La riuscita dipende da numerosi, svariati fattori. Per noi buddisti, si tratta di sapere come gestire le nostre emozioni e le nostre forze negative. E oggi incontriamo le stesse, identiche difficoltà di duemilacinquecento anni fa. Ecco perché i testi antichi sono sempre attuali».

In Occidente i buddisti sono sempre più numerosi. A suo parere, la loro dottrina è differente?
«Esistono differenze sul piano culturale, ma non sul piano spirituale».

Numerosi cristiani si convertono al buddismo. È una cosa buona?
«Cambiare religione non è mai positivo. È un’azione che può generare grande confusione nello spirito. Sono rare le persone che traggono benefici da un cambiamento spirituale. Che d’altra parte non è affatto necessario: tutte le religioni portano in sé delle possibilità di guarire l’anima».

Lei non si arrabbia mai?
«Succede anche a me. Anch’io ho dei difetti e delle debolezze. A volte sono invidioso o collerico. Ad esempio, mi capita di infuriarmi se mi sveglio di notte a causa degli uccelli che pigolano. Ma quando lo spirito è sano, nulla è grave. Le emozioni negative nascono e poi spariscono. I momenti di nervosismo sono difficili da controllare, ma non devono far vacillare la struttura fondamentale dell’uomo. Nel Buddismo ci sono esercizi che aiutano a controllare questo tipo di emozioni».

Di recente lei ha dichiarato in via ufficiale il desiderio di effettuare un pellegrinaggio in Cina, il Paese che dal 1950 occupa il Tibet. Da cosa nasce questo suo desiderio?
«Numerosi luoghi sacri per i tibetani si trovano in Cina. Quando sono ripresi i contatti ufficiali con le autorità cinesi, nel 2002, ho chiesto il permesso di un pellegrinaggio. Fino a oggi la Cina non ha dato una risposta. A quanto mi è stato detto, le autorità cinesi vogliono essere sicure che si tratti di un viaggio esclusivamente spirituale. Ahimé, recentemente sono sorti nuovi problemi con Pechino. Il governo cinese mi ha attaccato personalmente, e in modo decisamente virulento. Le guardie di frontiera cinesi hanno sparato su alcuni tibetani in fuga. Se Pechino un giorno avesse il coraggio di valutare cosa è realmente buono per la Cina, la questione tibetana sarebbe risolta immediatamente. Ma il ricorso alla forza e alla violenza non è che un segno di debolezza. È per questo che preghiamo anche per i cinesi. Hanno bisogno della nostra compassione».

La questione tibetana può essere risolta nell’arco della sua vita?
«È difficile dirlo. In India, recentemente, dei tibetani si sono immolati dandosi fuoco. Questi uomini non conoscevano che l’esilio e non avevano alcuna speranza di vedere migliorare la propria situazione. Questa evoluzione mi rende triste. Il problema diventa ancora più grave presso i giovani tibetani. Ma che lo si voglia o no, sul lungo termine dovremo vivere a fianco dei cinesi».

Cosa proponete a Pechino?
«Di seguire “la via mediana”. Per il Tibet, noi non vogliamo né un’indipendenza assoluta dalla Cina né lo statuto attuale, nel quale tutti i poteri sono in mano ai cinesi e i tibetani soffrono. Nel mio Paese la gente è costretta a parlare cinese, mentre le possibilità di espressione per la cultura tibetana sono sempre più ridotte. Dovremmo farci ispirare da quello che succede in Europa. Dopo tutto, in Alto Adige o in Catalogna si sono trovate delle soluzioni. I cinesi continuano a sostenere di avere un diritto storico all’integrazione del Tibet. Su quest’ultimo punto non possiamo essere d’accordo».

Ci sarà ancora una reincarnazione del Dalai Lama?
«La domanda è come il prossimo Dalai Lama potrà aiutare al meglio il suo popolo. L’eventuale reincarnazione dipende innanzitutto dalla risposta».

Il Dalai Lama, come istituzione, ha ancora una ragione di esistere?
«L’istituzione del Dalai Lama può rivestire una grande importanza in un dato momento. Ma se la maggioranza dei tibetani un giorno giudicherà che non è più necessaria, questa istituzione scomparirà».