Dal Dalai Lama lezioni di economia a 450 imprenditori

Alessandra Lotti

C’è un uomo speciale che salirà domani su per i pendii dolci della Valmarecchia, a due passi dall'Adriatico. Oggi invece si riposerà a Rimini. Quell’uomo ha un nome importante e altisonante, Sua Santità Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama del Tibet e Premio Nobel per la Pace nel 1989, ma lui sa portarlo con disinvoltura e semplicità, avvolto nella sua bellissima veste rossa e gialla acceso. Ride, il Dalai Lama, ride sempre. Chissà che effetto gli fa piombare in Riviera a cavallo del mese di agosto, nella località vacanziera più nazional popolare d’Europa, dove il sacro va anche bene, ma che sia sapientemente mescolato al profano. Programma intenso quello che l’aspetta - e non poteva essere altrimenti - a cavallo tra l’evento di colore, l’impegno formale e la storia di amicizia personale con l’associazione Italia-Tibet.
Il programma di oggi, a Rimini, prevede per Sua Santità un incontro con la stampa, con il sindaco e le autorità cittadine e una relazione, «Il cammino verso la pace», poi un bagno di folla dal palazzo dell’Arengo al Parco Marecchia. Qui in serata si terrà un concerto evento in onore dell’«Oceano di saggezza» con Tamborux du Bronx, Rangzen e Radiodervish. Prima, dieci minuti di meditazione buddista per tutti. Venerdì mattina workshop riservato con un gruppo di 450 imprenditori da tutta Italia, sensibili alla responsabilità sociale. Materia ardua da spiegare ma tant’è. A spiegarlo hanno chiamato proprio Sua Santità.
Il Lama sarà ospitato al Grand Hotel, tempio dell’ospitalità, in cui, tra alti e qualche basso, aleggia sempre la figura del Maestro, il grande Federico. E di certo Tonino Guerra, cantore locale dell’«ottimismo» che a Pennabilli vive, non si dimenticherà di spiegare al Lama chi era il suo amico Fellini. Venerdì trasferimento a San Leo (visita alla mostra di Fosco Maraini sul Tibet ) e nel pomeriggio a Pennabilli, il borgo con cui il Lama ha più di un legame, solido e datato.
Un filo rosso insospettato che sale lento lento lungo i secoli, dalle Marche a Lhasa, nelle montagne lontane, oltre l'Himalaya, del Tibet. Un salto nel tempo, che cela più di una curiosità. La prima, un frate, Francesco Orazio Olivieri della Penna, nato nel 1680 e morto nel 1745, missionario Cappuccino e Prefetto della Missione in Tibet. La seconda, il primo dizionario Tibetano-Italiano, autore, Frate Orazio. Ma andiamo con ordine. Padre Orazio, ultimo di tre fratelli, della nobile famiglia degli Olivieri, arriva a Lhasa nel 1712, con lo scopo di evangelizzare il Tibet e di curarne gli abitanti. Il reggente Lha-bzan Khan invita lui e il gesuita che lo accompagna, padre Ippolito Desideri a perfezionarsi nella lingua. Si stabiliscono così nel grande monastero di Sera, affiancati da un Lama istruito che gli viene affidato come maestro. Qui i due padri possono apprendere la lingua colta, discutere liberamente con gli altri monaci ed avere libero accesso all'importante biblioteca del monastero. I due preti cattolici vivono a stretto contatto con monaci di un’altra religione dividendo lo stesso cibo e la stessa vita monastica. Un bell’esempio di tolleranza religiosa, materia ardua di questi tempi. Al monastero di Sera Padre Orazio comincia la compilazione di un dizionario Tibetano-Italiano, fatto direttamente sui testi tibetani e quindi riferentesi alla lingua letteraria. Nel 1732 il dizionario consiste di circa 33000 vocaboli. Con il tempo, il «Lama testa bianca», così era chiamato Padre Orazio per via della sua candida capigliatura, si perfeziona nella lingua scritta e parlata e intrattiene rapporti stretti con il Lama e il suo reggente, traduce importanti opere letterarie tibetane. Padre Olivieri torna a Roma, nel 1736. Al suo rientro in Tibet, nel 1742, le cose cambieranno. Nel 1745 i missionari lasceranno per sempre Lhasa e la folla eccitata distruggerà la chiesa, salvando dalla furia soltanto una campana. Poco dopo, Lama Penna Bianca morirà. I rintocchi di una copia di quella campana risuoneranno venerdì pomeriggio in Val Marecchia in onore di Tenzin Gyatso e del suo Paese.