Dalai Lama, l'uomo che fa paura alla Cina

A Milano incontra i fedeli e si dice preoccupato per la politica di Pechino che annulla l’identità del Tibet. Ma ha perdonato i cinesi che nel 1959 invasero brutalmente il suo Paese costringendolo all'esilio. Elogia la loro grande cultura e li descrive come un popolo straordinario e denso di umanità

Milano - Ride, appena può ride. E quando vede un bambino il Dalai Lama si illumina. Se potesse si metterebbe a giocare con loro. Ma non può, non ne ha il tempo. E allora deve limitarsi a una battuta, a una carezza, a un inchino; gesti semplici ma sempre personali. Hai l’impressione che riesca a essere espansivo con i più svegli, rispettoso con i più timidi. Come faccia non lo sai. Ma quando lo incontri senti - anche tu che fanciullo non sei - una sensazione di serenità; il barlume di una pace interiore. E ti chiedi: ma è davvero questo l’uomo che spaventa la Cina?
Cerchi le sue armate e non le trovi. Come potrebbe averle il saggio che predica la compassione, il perdono, la non violenza? Lui ha perdonato davvero i cinesi che nel 1959 invasero brutalmente il suo Tibet costringengolo all’esilio. Elogia la loro grande cultura, li descrive come un popolo straordinario e denso di umanità. Fino a qualche anno fa rivendicava l’indipendenza per la sua terra, ora si limita a chiedere un po’ di autonomia. Ma Pechino non sente ragioni e minaccia, ricatta, punisce i Paesi che osano tendergli la mano, come sta avvenendo in questi giorni in Italia.
Al suo posto qualunque persona proverrebbe rancore, amarezza o, perlomeno, disincanto. Il Dalai Lama no. È fresco, entusiasta, fiducioso, come se il giorno del suo ritorno fosse imminente. Perlomeno così ti appare in tv o sul palco di un palazzetto, quando impartisce i suoi insegnamenti di fronte a migliaia di persone; ad esempio ieri a Milano in un Palasharp stracolmo e in composta ammirazione. Ma un dubbio ti resta. E se fosse l’ennesimo personaggio costruito ad arte da un esperto di comunicazione? Poi quando lo conosci di persona, capisci.
La prima volta lo vidi nel 2001 per un’intervista e mi piacque molto; ieri l’ho incontrato durante una riunione riservata con Tibet House Switzerland Foundation, l’associazione che promuove la cultura tibetana. Sedici adulti e cinque bambini, a tu per tu con il Maestro. E ora non ho più incertezze sulla sua autenticità.
Non appena parla del suo popolo si fa serio: è preoccupato per l'affluso incessante dei cinesi che sta travolgendo l’equilibrio demografico del Tibet. Ringrazia con slancio le organizzazioni impegnate a fornire aiuti umanitari. Ma mai si lascia contagiare dall’odio. E scaccia subito i cattivi pensieri, con una risata contagiosa. Sa che la sua missione da noi è di aiutare gli occidentali, ricchi ma spesso tormentati, a ritrovare un equilibrio. E offre il suo insegnamento, invitando chi lo ascolta a liberarsi dalla sofferenza e dall’attaccamento, a trasformare la mente in senso positivo. Anziché tentare di convertire al buddhismo, supplica cristiani ed ebrei a restare fedeli alla proprie tradizioni, perché «i valori essenziali sono identici a tutte le religioni» e cambiare genera spesso confusione.
Non indica che una strada: quella del cuore, da percorrere con soave semplicità. Dunque senza prendersi troppo sul serio. Sul palco indossa una visiera da golfista, in ridicolo contrasto con la sua tonaca da monaco; ma ne ha bisogno per proteggere gli occhi dai riflettori. E se ne infischia. Quando gli chiedono perché nel buddhismo reincarnarsi in una donna è una delle forme più alte, lui replica fulmineo: «È più attraente». Ricorda che la chiarezza della mente rappresenta il segreto per una vita felice. Congedandosi mi stringe il braccio: la presa è energica, intensa, rassicurante. Poi sorride e il volto si apre felice, come quello di un bambino.
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