D'Alema e Fassino salvati da un giudice

Un magistrato eletto nell'Ulivo fa slittare a settembre il voto della Giunta della camera sulle intercettazioni. Intanto la procura di Roma ha concluso l'inchiesta sul caso Speciale e ora può chiedere il processo per Visco

«Mi sembra evidente ormai che la decisione sarà presa a settembre». Con un po’ di rammarico il presidente della Giunta per le autorizzazioni della Camera, Carlo Giovanardi, è stato costretto ad ammettere che l’organo si esprimerà sull’utilizzo delle intercettazioni riguardanti Fassino, D’Alema e l’azzurro Cicu il prossimo mese. La seduta di ieri, durata solo un’ora per lasciare spazio ai lavori dell’Aula, si è conclusa con un nulla di fatto ed è molto improbabile che nella riunione di oggi si riesca ad andare molto oltre. Eppure martedì scorso erano state svolte le relazioni sulle richieste presentate nei confronti dei tre deputati, quindi sarebbe stato tecnicamente possibile esprimersi.

«Se Tenaglia non avesse sollevato la riflessione approfondita sui limiti dell’esercizio dell’azione penale e delle prerogative costituzionali dei deputati, forse ce l’avremmo fatta», dice al Giornale Giovanardi. Sul lavoro della Giunta molto più delle scaramucce tra il socialista Buemi e il rifondarolo Farina sulla abnormità della richiesta di Forleo ha influito la sortita del deputato ulivista Tenaglia di «esaminare ulteriormente la funzione probatoria» dell’ordinanza del Gip milanese. La discussione ieri è infatti ripartita da quel punto. Tenaglia, ex magistrato ed ex componente del Csm, ha precisato «di non aver proposto alcun rinvio della discussione ma soltanto di aver preteso un percorso ordinario di trattazione».

Anche Nino Mormino (Fi) ha sottolineato la necessità di «dare una risposta ponderata nei presupposti e nelle motivazioni» pur chiedendo lo stralcio della posizione di Cicu per un voto immediato. Auspicio che non potrà concretizzarsi vista la connessione delle tre posizioni al dibattito in corso. L’azzurro Maurizio Paniz ha messo in evidenza altri tre aspetti. In primis, Fassino e D’Alema svolgevano la loro funzione parlamentare nelle conversazioni con Consorte e dunque l’uso delle intercettazioni non può essere autorizzato. In secondo luogo, non essendoci più l’immunità parlamentare è necessario che le procedure non svuotino di senso la Costituzione. In ultima istanza, Paniz ha sottolineato che Camera e Senato sulla materia devono procedere di comune accordo.

Insomma, le dissertazioni uliviste e la conferma della linea garantista di Forza Italia hanno occupato buona parte dell’ora di lavoro. Il gran numero di deputati Ds eDl iscritti a parlare ha fatto il resto evitando anche il voto sul rinvio che avrebbe visto Quercia e Margherita contrapposte a sinistra radicale e Idv. Senza contare che resta aperta la questione sollevata da Buemi, ossia il rinvio del materiale al gip. Eppure, in un altro caso, le cose erano andate diversamente. Nello scorso marzo il dl Tenaglia è stato relatore nel procedimento riguardante l’autorizzazione all’uso di intercettazioni sull’ex deputato udc Michele Ranieli.

La relazione, depositata il 19 marzo 2007, precisa che «al Parlamento non spetta un giudizio di raffronto tra fondatezza dell’imputazione e la prova ricavabile dal materiale probatorio». Allo stesso modo, tra i motivi per i quali si sarebbe dovuto concedere il via libera si elencava anche l’insussistenza di «elementi di incongruità o d’illegittimità dell’intercettazione a suo tempo autorizzata». Se, però, in ballo ci sono le posizioni del vicepresidente del Consiglio e del segretario dei Ds tutto cambia. Al dipietrista Palomba non è rimasto che sbandierare la propria opposizione al rinvio a settembre.

«La Giunta - ha detto non può dare l’impressione di una volontà dilatoria». Pierluigi Mantini, da un lato, ha ribadito che si è trattato della «normale attuazione dell’ordine dei lavori» perché l’Ulivo è favorevole alle autorizzazioni e dall’altro ha ricordato ai vicini di casa della Quercia che il nuovo Pd dovrà operare una «distinzione tra politica e affari». Il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, ha liquidato la vicenda come «un errore» perché in questo modo si «mina la credibilità dei parlamentari». Secondo il ministro, sarebbe stato meglio «affidare le carte ai magistrati al più presto». D’altronde, anche Bertoldo, potendo scegliere l’albero al quale essere impiccato, scelse una pianta di fragola.