D'Alema: "Seguiamo da vicino il caso Hanefi"

L’ambasciatore
italiano in Afghanistan vedrà al più presto Rahmatullah Hanefi, il
collaboratore di Emergency detenuto dai servizi segreti afghani da ormai due mesi in
relazione al caso Mastrogiacomo. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri, Massimo
D’Alema, incontrando i giornalisti al termine della sua visita a Kabul

Kabul - L’ambasciatore italiano in Afghanistan, Ettore Sequi, vedrà «al più presto» Rahmatullah Hanefi, il collaboratore di Emergency detenuto dai servizi segreti afghani da ormai due mesi in relazione al caso Mastrogiacomo. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, incontrando i giornalisti al termine della sua visita a Kabul in cui ha incontrato, oltre al presidente afghano, Hamid Karzai, anche il ministro della Giustizia e il Procuratore generale. «Il governo italiano intende seguire da vicino questa vicenda», ha assicurato D’Alema, «abbiamo chiesto che il nostro ambasciatore possa visitare Hanefi e c’è stato garantito che questo avverrà al più presto», ha aggiunto. «La fase della custodia cautelare si sta completando», ha spiegato il vicepremier, aggiungendo che il governo ha chiesto alle autorità afghane che i capi d’accusa che verranno emessi nei confronti del collaboratore di Emergency siano comunicati direttamente all’ambasciata italiana. «Intendiamo seguire il caso ed essere vigili nella tutela dei diritti di Hanefi», ha concluso D’Alema.

«La fase di indagine si sta completando» ha spiegato ancora il titolare della Farnesina. «Si stanno definendo le accuse nei suoi confronti e saranno rese note nelle prossime ore - ha aggiunto - Il governo intende seguire da vicino questa vicenda e intende essere informato precisamente su quali siano queste accuse». Queste accuse, d’altronde, dovranno essere «presentate anche a noi, perché siano poste all’attenzione dell’opinione pubblica italiana e valutate con serietà» ha sottolineato D’Alema, ribadendo ancora una volta l’impegno ad «accertarci che nel procedimento siano garantiti i diritti della persona accusata». «I nostri interlocutori - ha affermato il titolare della Farnesina - hanno capito che per l’opinione pubblica italiana questo è un test per il quale sono sotto osservazione e sono richiesti di rispettare scrupolosamente le garanzie dell’indagato».