Dall’alimentare all’editoria il grande appetito francese

L’Alitalia dipinta in bianco rosso e blu non è solo una bandiera ammainata. È la fine di un’epoca, visto che c’è stato un tempo in cui eravamo noi a conquistare i più bei «pezzi» di Francia: la Bardot e la Sanda a Gigi Rizzi, la Deneuve a Mastroianni... Poi il tracollo. La Martinez tra le braccia di Claude Lelouche, la Bellucci tra quelle di Vincent Cassel e ora Carla Bruni quasi già in una stanza dell’Eliseo. Sarà forse qualcosa che mettono nel fois gras...
Ma è su un altro fronte, quello dell’economia, che altri pezzi nazionali, importanti pur se meno curvilinei, sono finiti via via negli anni in mani transalpine. Per non scordare quelli che i francesi si sono orgogliosamente ricomprati dagli ex rampanti italiani divenuti di colpo bisognosi di far cassa: i villaggi Club Med, gli alberghi Accor e i vini Chateaux Margot.
Tornando però alla «gioielleria» autenticamente italiana, a cui siamo stati costretti a privarci, si potrebbe cominciare dalla gloriosa Telettra, dal 1946 coraggiosa pioniera dell’inesplorato pianeta delle telecomunicazioni. Già apparentatasi nel 1987 con la francese Thomson, a cui aveva dato in moglie la figlia Sgs, era stata ceduta nel 1990 dalla Fiat all’Alcatel, divenuta poi Alcatel-Lucent. E sempre la Fiat, dieci anni dopo, aveva ceduto il 51% della sua divisione Ferroviaria ai cugini d’Oltralpe del gruppo Gec-Alsthom. Dello stesso anno è il passaggio definitivo, dopo una transizione sotto forma di alleanza, dei supermercati GS (in tutto 468) sotto l’egida Carrefour, uno di giganti della grande distribuzione mondiale presente in Italia anche con le insegne DiperDi (995 punti vendita) e con quelle dei 20 cash and carry DocksMarket e GrossIper. Ed è stato l’altro colosso francese del settore, Auchan, a fare sue le catene italiane Sma supermercati e Punto Sma, oltre ad altre minori come Pracchi e La Bottega.
Ma non è stata soltanto la borsa spesa delle massaie a finire Oltralpe. Negli shopper patinati del gruppo del lusso Lvmh (che sta per Louis Vuitton Moët Hennessy) sono finiti i prestigiosi marchi Fendi, Emilio Pucci e Acqua di Parma. Mentre l’acerrimo rivale di Lvmh, nel mercato di chi non conta gli zeri sugli assegni, ovvero il gruppo Ppr (Pinault Printemps Redoute), ha messo le mani su griffe nostrane invidiate in tutto il mondo: Gucci, Bottega Veneta, Sergio Rossi.
E il robusto appetito dei francesi - unico popolo che non esita a ingurgitare uno di fila all’altro antipasto, soupe, carne, pesce, dolce, formaggio e cognac - non poteva non estendersi all’alimentare. Settore in cui il gruppo Lactalis si è pappato gli storici nomi Galbani, Locatelli, Invernizzi e Cademartori. E a conferma che l’appetito vien mangiando, l’elenco dei bocconi italiani si è esteso anche alle banche, dove Bnp Paribas ha acquisito nel 2006 la Bnl mentre il Crédit Agricole ha fatto sue Cariparma e Friuladria. Fino a salire alla galassia Mediobanca-Generali, dove la squadra di Vincent Bollorè esercita il proprio influsso tramite il 10% di Piazzetta Cuccia.
Il discorso è simile per l’energia, con il controllo di Edison da parte di Edf; il materiale elettrico con il cambio di casacca tricolore per la milanesissima BTicino, passata sotto le insegne Legrand; e ancora l’editoria, dove il gigante Lagardère, attraverso Hachette, ha acquisito pochi anni fa la Rusconi. E se infine è vero che non si tratta di un’industria e nemmeno di una banca, è incontestabile che Palazzo Grassi, sul Canal Grande, a Venezia, dal 2005 del miliardario François Pinault, sia qualcosa di più: un simbolo. Venduto dagli Agnelli. Anche quello.