Dall’antica Roma alle Foibe ecco la Storia del Belpaese

«L’Italia è morta, io sono l’Italia», originale poemetto di Aurelio Picca

Miriam D’Ambrosio

da Milano

L’Italia è un corpo: corpo di donna, di madre, di maschio. È mare, aria, sassi, tramonto, strada. Carne morta e viva. Corpo che conosce la bellezza, la corruzione, la malattia, che viene attraversato dalla morte ma non sa morire. È capace solo di rinascere e meritare una dichiarazione d’amore scritta, detta e chiamata: L’Italia è morta, io sono l’Italia, poemetto colmo di vita, dolore e ironia, creato dallo scrittore Aurelio Picca.
Un testo bello, vigoroso, una fiumana di parole pronunciate con un buon respiro dall’autore stesso, sul palco storico del Piccolo teatro (Teatro Grassi) a Milano, delizioso fuori programma nell’ambito di Tramedautore, festival della nuova drammaturgia arrivato alla VI edizione.
L’Italia è la tata severa di «un bambino povero ma non plebeo», è «l’Adriatico mio, quello abruzzese», è Trieste «città d’amore, bianca come una dama cicatrizzata», è Napoli «bellezza portafortuna», è «luce appenninica, serate tirreniche, foschie padane, odore ligure, cielo siciliano».
Picca, improvvisato attore che gode tutto il gusto della parola, in jeans e maglietta nera di cotone, con il volto di un seduttore latino degli anni Venti, racconta, intrecciando la storia privata alla Storia pubblica, viaggiando nel tempo, dagli anni Sessanta del Novecento al Duemila, dall’antica Roma ai Garibaldini, dalla prima guerra alle foibe.
Celebra i figli morti e quelli mai nati, guarda al passato che ha alitato e sfregiato questo corpo a forma di stivale, volge lo sguardo avanti e si sente un «piccolo campanaro d’Italia che si arrampica sulla corda come volesse vedere il futuro».
Canta la storia dei «borghesiproletari italiani, la noia della borghesia di sempre che disprezza il talento puro», ricorda «Carlo Giuliani - nel giorno del G8 - sfortunato come un fringuello», e dice: «Non so perché, ma credo che Emilio Vedova, il pittore veneziano, avrebbe potuto ritrarlo con quei suoi "gesti" scorbutici di bianco e nero, di nero e bianco: proprio come un vessillo stracciato nel giorno della morte».
La attraversa tutta in lungo e in largo l’Italia, terra, idea, sangue e vento, sentendosi un po’ spaesato come «Orlando in cerca di Angelica nel bosco incantato».
Aurelio Picca da Velletri ha proposto per la prima volta la lettura di questo percorso visionario e appassionato a Roma, all’inizio del 2006, in occasione del Festival del Racconto. Qualche mese dopo Rizzoli ha pubblicato la sua ultima fatica, il romanzo Via Volta della Morte.
E la morte è presenza forte anche in questa narrazione dove la patria ha la stessa carne straziata della madre perduta, «ricucita pezzo pezzo come fosse un puzzle di province e regioni».
Ma l’affermazione finale «Così l’Italia è morta. Mia madre è morta. Ma io sono dio perché sono l’Italia», è volontà della vita che fluisce in un’altra senza spegnersi, è senso di appartenenza, è quel che resta di lei (terra o madre che sia), che anche dalla morte genera.