Dall’economia alla questione irachena l’Unione dà ragione a Berlusconi

Poiché il Natale è sacro per gli italiani, non ci vuol molto ad intuire che, quando Berlusconi parlava di far rientrare le truppe dall’Irak per fine anno, in realtà si riferiva alla vigilia di Natale, cioè al 24 dicembre. Ora D’Alema ci fa sapere che il nostro Paese ritirerà le truppe entro l’autunno, sperando che gli italiani (e soprattutto Diliberto, Izzo e Pecoraro Scanio) non si accorgano che l’autunno scade il 21 dicembre, cioè tre soli giorni prima della data indicata da Berlusconi. Quindi, dopo tanto baccano, ecco che il governo Prodi si allinea alla politica irachena di Berlusconi, anche se il pudore gli impone di usare un linguaggio diverso. Ma questo è solo l’inizio. Quando verranno al pettine i nodi economici, anche qui il governo Prodi si accorgerà che, se vorrà evitare la catastrofe, dovrà rimangiarsi tutte le promesse fatte in campagna elettorale agli italiani (e soprattutto a Confindustria e sindacati) ed adottare né più né meno che la linea del governo precedente. A questo punto la sinistra estrema non potrà non accorgersi di essere stata presa in giro (Confindustria e sindacati già hanno cominciato a farlo) e potrà solo ricorrere ad una delle due seguenti linee di condotta: far finta di niente ed ingoiare rospi su rospi, oppure far cadere il governo. Tertium non datur. Inoltre sarà chiaro, una volta per sempre, che, dietro la volontà di «mandare a casa Berlusconi» per poi fare le stesse cose che avrebbe fatto lui, non c’era una diversa visione del mondo, ma solo e soltanto odio per la sua persona.