Dall’embrione una scossa alle coalizioni

Ci si chiede, arrivati ormai alla fine di quel drammone che è stato la campagna elettorale per il referendum sulla legge 40, quali potranno risultare, una volta noti i risultati, gli effetti sugli equilibri politici del Paese. Non è una domanda oziosa, visto che entrambe le coalizioni sono state sconvolte da pronunciamenti imprevisti, quello di Rutelli nell'Ulivo e dintorni, quello di Fini in An. E ancorché tutti si affannino a spiegare che si tratta di un voto che chiama in causa la coscienza più che lo schieramento, sono in molti a prevedere scenari sconvolgenti. E qualche volta si esagera, tirando in ballo precedenti che col voto di oggi c'entrano poco.
C'è chi ricorda ad esempio l'«effetto-terremoto» del referendum sul divorzio del 1974 che fu seguito dalle dimissioni di Fanfani, e un anno dopo dal «sorpasso» comunista, alle elezioni amministrative del 1975. In questo caso, il confronto non regge. Allora la Dc subì un colpo su un terreno assai più sfavorevole, erano stati cattolici a raccogliere le firme per un referendum contro la legge sul divorzio, già approvata dal Parlamento. Quel referendum fu vissuto dagli italiani come l'abrogazione di una legge che ampliava le libertà dei cittadini su un terreno, quello della famiglia, più che maturo ad accogliere la riforma.
In più, a una Dc in calo d'influenza si contrapponeva un Pci che non pretendeva una impossibile alternativa, ma una cogestione, quella del «compromesso storico» che incontrava favore e interesse in molti ambienti. E le successive elezioni dettero il via, un mese dopo, ai governi Andreotti della «solidarietà nazionale» vissuti dal Pci come l'alba di una nuova era.
Oggi non c'è aria di compromessi storici, c'è un sistema bipolare, le ambizioni di schieramenti diversi dagli attuali, di ricomposizioni al centro ci sono, ma sono frustrati da una legge elettorale che sono in molti a voler cambiare, pochi a poterlo fare. È vero invece che nelle due coalizioni si sono introdotti elementi di turbativa. Che, però, dovrebbero riguardare solo gli equilibri interni all'Unione e alla Casa delle Libertà.
L'ultimo scossone è avvenuto nel centrodestra, ove si è avuta una reazione, piuttosto estesa, alla dichiarazione di voto, tre sì e un no, di Fini, seguita da un supplemento di polemica perché nessuno sentiva il bisogno all'interno di An delle reprimende di Fini all'indirizzo di quei dirigenti che si erano pronunciati per l'astensione e che si sono sentiti per ciò definire «diseducatori», inquilini indegni, o almeno inconsapevoli, di uno Stato laico.
Resta fermo che ad onta del tanto sbandierato «voto di coscienza», attorno a Fini e Rutelli è nata un'aura di tradimento, quantomeno di manovre oscure. In realtà la posizione di Fini appare di più difficile comprensione. Il leader di An ha sottratto il suo partito dalle secche di un neo-fascismo politicamente irrilevante sulla scena politica. Viene accusato oggi dai suoi di volere troppo, di voler togliere ad An uno dei suoi punti fermi, il rapporto a una gerarchia che cominciò con il primo concordato di Mussolini del 1929. I partiti è difficile farli ma è più facile disfarli.