«Dall’esempio di San Carlo la spinta per noi sacerdoti»

Unità. Comunione. Pace. In nome di questi tre cardini la comunità sacerdotale, di cui quella ecclesiale è eccellente riflesso ed emanazione, si incontra per diventare Chiesa, secondo il cardinal Angelo Scola che, in occasione della festa dedicata a San Carlo Borromeo, ha officiato ieri alle 18.30 la santa messa in Duomo, alla presenza del cardinal Dionigi Tettamanzi, dei fedeli ma soprattutto dei numerosi sacerdoti. A loro è stata particolarmente diretta la funzione, celebrata dal nuovo Vescovo per impartire le fondamentali indicazioni che conducono i presbiteri verso una vita d’unione profonda, radicata nell’esempio, la testimonianza, l’attività missionaria tra i fedeli.
«L’unità è un dono e ogni buon pastore conosce e ama le sue pecore. E’ l’essenza stessa della Chiesa. L’unità ci precede: non siamo noi a produrla, ci viene data. Ma proprio per questo ne siamo responsabili: il dono dell’unità viene consegnato alla nostra libertà» ha sottolineato Scola, ricordando che l’unanime partecipazione degli spiriti viene emanata dal sacrificio di Cristo.
Comunione. Si fonda soprattutto sul discernimento della «chiamata» che pone sul sentiero in cui Cristo e «via, verità, vita». Il «discernimento di comunione» matura nella vita del sacerdote cammin facendo, dal punto di partenza, ovvero «l’adesione al Risorto» che arricchisce la dimensione personale, al punto d’arrivo che è rappresentato dalla dimensione comunitaria con i fedeli. «Noi siamo chiamati per dare la vita per i fratelli, perché il nostro discernimento pretende un esigente e continuo lavoro di verifica». Verifica nel quotidiano, dove il presbitero è spinto ad operare, ad autoesporsi, «con una stima previa che dobbiamo avere gli uni per gli altri».
E fu proprio il grande copatrono di Milano, San Carlo Borromeo, a dare testimonianza di questa stima previa, che «non è altro che una delle espressioni di quell’humilitas di cui egli ha impregnato tutta l’azione sacerdotale». Un’azione che porta alla pace, all’amore, in quanto «noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli.
Chi non ama rimane nella morte» citava la Lettera di San Paolo apostolo agli Efesini, seconda lettura della celebrazione in una Cattedrale. Cui è seguito il Vangelo di San Giovanni, incentrato sulla parola del Buon Pastore. Rito solenne, cantato da dolci voci bianche in mezzo ad abbondanti profusioni di incenso. Un ricordo anche per le vittime dell’alluvione genovese.
La messa è stata preceduta dalla visita del nuovo arcivescovo di Milano a palazzo Reale, dove si teneva la mostra «La bellezza nella Parola. Il nuovo evangelario ambrosiano e capolavori antichi».