Dall’esonero per la Gea alla preghiera di restare Che rivincita per Lippi

È cambiato il clima intorno alla nazionale azzurra: le critiche feroci hanno lasciato il posto a un’atmosfera di esaltazione

nostro inviato a Duisburg
Dove sono gli aguzzini della nazionale? Spariti, volatilizzati, espatriati, in preda a vuoti di memoria, probabilmente. Dove sono i giustizialisti schierati in prima fila a reclamare la sospensione di Lippi ct, colpevole di essere il papà di Davide, esponente della famigerata Gea e a suggerire di degradare, seduta stante, anche Fabio Cannavaro, il capitano, finito nelle intercettazioni per via dei consigli ricevuti da Moggi su come motivare lo strappo con l’Inter e Facchetti? Sono tutti in fuga verso altri patiboli da allestire, nei dintorni di vallette e letterine magari. Ma anche tra le legioni del tifo italiano di Duisburg è possibile cogliere l’identico comportamento. All’arrivo in aeroporto, tre settimane prima, i paisà della regione apparecchiarono una vivace protesta. «Ma come il Brasile si ferma coi suoi tifosi e gli azzurri no?» segnalarono inviperiti e persino il giorno dello sbarco al Landhaus Milser si trasformò in una specie di incidente diplomatico, a stento sedato dalle promesse di Abete e dalle spiegazioni di Riva. Nella notte della semifinale raggiunta e imbandita, il ritorno a casa Italia, è diventato un comodo viaggio dentro il recupero dell’identità perduta, pullman scortato da bandieroni e clacson fino a destinazione, anche i familiari dei meno noti esponenti del gruppo acclamati. Così ieri mattina, al risveglio di Germania-Italia, la madre di tutte le rivincite, calcistiche e no, Lippi e i suoi prodi hanno fatto un piccolo bagno di entusiasmo al centro di Meiderich. Si sono presentati in 300 coi bandieroni, autografi e lancio di magliette bianche d’allenamento in cambio della libertà.
Da Indianapolis, ombelico della formula uno, Lapo Elkann in visita ai box della Ferrari, ha completato il prodigio fiabesco, la zucca trasformata in carrozza di cristallo. «La nazionale ci ha fatto fare bella figura» ha scandito dinanzi alla rossa considerata da sempre il solo vanto del made in Italy, altro che quei viziati dei calciatori. Di sicuro non è stato facile attraversare 40 giorni di fuoco e allestire, dalle cronache di moggiopoli, un mondiale così pieno di gol e di duelli vinti, uno dopo l’altro. Gigi Riva, interrogato sul leggendario 4 a 3 di Città del Messico, ha respinto l’assedio («i ricordi personali sono parcheggiati in un cassetto») e ripercorso invece il complicato viaggio dall’inferno verso il quarto posto garantito. «I primi tempi, a Coverciano, è stato difficile, c’erano problemi di ogni genere e di ogni tipo» è stato il suo resoconto. La scorta a Buffon convocato dai pm di Parma, l’organizzazione del viaggio di Cannavaro al tribunale di Roma. «Ogni giorno la barca veniva centrata da missili e siluri. Io e Abete, gli unici sopravvissuti, siamo rimasti a proteggere la squadra mentre Lippi è stato abilissimo nell’isolare il gruppo e prepararlo al mondiale» la ricostruzione, meticolosa e puntuale, si porta dietro anche quella sensazione lieve e piacevole di superamento dell’incubo. «Quei giorni non finivano più» la confessione brutale ma sincera di chi è rimasto dentro il fortino di Coverciano ad attendere fax da tribunali e notizie di altre inchieste, a leggere particolari e dettagli di intercettazioni inquietanti. «Adesso, tamponata la falla, la barca tornerà a riempirsi» è il pronostico algido di Gigi Riva che ha vissuto e conosciuto da vicino l’oblio nella gestione Carraro, discusso e messo in un angolino da Mazzini e da Moggi, i padroni del vapore azzurro inghiottiti dallo scandalo.
Poi è arrivato il mondiale, il debutto promettente contro il Ghana e le lodi per il calcio moderno e spettacolare ammirato nel catino di Hannover. E col mondiale, lentamente, la morsa ha ceduto, tra colpi di coda e veleni di altro tipo, l’esclusione di Totti, a sorpresa contro l’Australia prima di quel rigore scaccia pensieri. «L’unica attendibile analogia tra la nazionale di Lippi e quella di Usa ’94 è nelle caratteristiche somatiche del gruppo e in qualche dettaglio, il risveglio di Baggio col miglioramento di Totti, l’infortunio di Baresi pari a quello di Nesta. Allora lottammo, ferocemente, contro le proibitive condizioni ambientali, caldo feroce, orari impossibili, umidità del 94%» ha rammentato Sacchi, intervenuto in tempi non sospetti a lucidare la fibra forte di questa Italia. «La fortuna non esiste» ha insistito il fusignanista. È un modo un po’ carogna per cancellare dei meriti. Così è andata anche con Lippi, da peso dell’Italia dei piedi puliti, a celebrato condottiero di Amburgo. Il professor Guido Rossi, il supercommissario, è stato forse uno dei pochi a decidere che non c’erano nodi da sciogliere, incarichi da sospendere, panchine da cambiare al volo prima di volare a Duisburg. «Turiamoci il naso» scrissero rassegnati. Perciò nell’attesa di spazzar via l’Ucraina, l’esperto di bilanci e regole, ha rilanciato l’idea di una riconferma del ct, diventerà il prossimo movimento di piazza. Da cavalcare, secondo uno schema collaudato, con la partecipazione della politica. A molti cronisti presenti dentro lo stadio, l’abbraccio commosso tra Lippi e il ministro Melandri, ha suggerito l’idea di una speciale anteprima. «Io e Lippi abbiamo parlato, ne ridiscuteremo a fine mondiale» è stato il punto ribadito ieri da Gigi Riva. Deciderà la sfida di Dortmund e l’esito di una eventuale finale. Con la coppa in mano, hanno confidato parlamentari e dirigenti, sarà forse possibile chiedere a Marcello un ripensamento. Da mettere in coda al gran rifiuto elaborato nei giorni tristi e tormentati di Coverciano. Quando capì che la sua presenza sulla panchina azzurra era diventata una gabbia. Dentro la quale avevano rinchiuso suo figlio Davide.