Dall’Ue allarme pensioni, ma l’Italia è salva

Entro il 2050 i cittadini europei sopra i 65 anni saranno il 77% in più

Gian Battista Bozzo

da Roma

La riforma delle pensioni approvata nel 2004 metterà al riparo l’Italia dalla forte crescita della spesa previdenziale, che interesserà quasi tutta l’Europa nei prossimi decenni. La stabilizzazione della spesa pensionistica raggiunta con le riforme attuate in Italia - è la conclusione di un documento della Commissione, che Joaquin Almunia ha presentato ieri all’Eurogruppo e che oggi sarà approvato dall’Ecofin - esclude ripercussioni pericolose sui conti del nostro Paese. Italia, Austria e Svezia sono le tre nazioni europee in cui il problema porterà i minori danni alla finanze pubbliche.
L’Ue invecchia, azioni subito. Il documento di Almunia parte da una situazione ben nota, e preoccupante: l’invecchiamento della popolazione nel continente europeo. Fra il 2004 e il 2050, la popolazione in età da lavoro nell’Eurozona diminuirà di 48 milioni di unità (meno 16%), mentre i cittadini sopra i 65 anni aumenteranno nello stesso periodo di 58 milioni (più 77%). Neppure l’incremento dei livelli di occupazione potrà modificare le tendenze in atto: questo significa che nell’intera Ue ci saranno solo due lavoratori attivi per un pensionato, contro i quattro attivi per un pensionato di oggi.
La spesa per pensioni e assistenza crescerà velocemente, e contemporaneamente si ridurrà la crescita economica potenziale dell’area, da 2,2% di adesso all’1,3% nel periodo 2031-2050. «Alla luce di queste sfide, i ministri s’impegnano ad aumentare il tasso di occupazione e di produttività, e a riformare i sistemi pensionistici e sanitari» si legge nelle conclusioni che oggi saranno approvate dai ministri finanziari dei Venticinque riuniti nel consiglio Ecofin. L’importante è prendere misure quando è ancora possibile, per evitare d’essere sopraffatti dalla pressione dell’invecchiamento», dice il ministro delle Finanze olandese Gerrit Zalm
Italia, spesa alta ma stabile. Il nostro Paese è quello, in Europa, che spende di più per le pensioni (il 14,2% del prodotto interno lordo nel 2004), seguito da Polonia (13,9%), Austria (13,4%), Francia (12,8%) e Portogallo (11,1%). Tuttavia, «le riforme molto significative approvate negli ultimi anni», consentiranno, secondo il documento della Commissione, la stabilizzazione della spesa che aumenterebbe di uno 0,8% del Pil (lo 0,4% dal 2050 in poi) contro il 5,1% in Belgio, il 7,1% in Spagna, il 6,4% in Irlanda, il 9,7% in Portogallo. Il «fattore di sostenibilità» contenuto nella nostra riforma previdenziale rappresenta, secondo il documento, un meccanismo efficace per contenere la spesa pensionistica.
Contributivo ok. In sostanza, è il passaggio al sistema contributivo - cioè il legame diretto fra contributi effettivamente versati durante la vita lavorativa ed entità della pensione - a consentire la stabilizzazione della spesa, nonostante l’invecchiamento della popolazione e la maggiore aspettativa di vita che riguarda anche l’Italia. «Gli aumenti di spesa previdenziale saranno veramente molto ridotti in Italia e Svezia, e questo è dovuto allo schema secondo cui le pensioni sono basate sui contributi della vita lavorativa effettiva», si legge nel documento della Commissione. Allo stesso tempo, Bruxelles ricorda che la spesa pensionistica del nostro Paese parte da livelli molto elevati. Perciò procederà, in autunno, a una valutazione complessiva, combinando i dati delle pensioni con l’andamento del debito pubblico.