Dall'archivio prende vita il ghetto di Varsavia

Disperso per decenni tra Europa, Usa e Israele, è stato riassemblato il "tesoro degli ebrei" nascosto durante la guerra in venti scatole di latta: foto, lettere, diari e oggetti personali dei perseguitati dai nazisti. Grazie a un uomo dalla storia straordinaria...

Prima dell'occupazione tedesca nella seconda guerra mondiale gli ebrei di Varsavia erano 360mila (e tre milioni e mezzo in tutta la Polonia). Caduto il Reich ne sopravvivevano poche migliaia. Una tragedia immane, concentratasi in pochi anni dentro il ghetto di Varsavia, istituito dal regime nazista nel 1940 nella città vecchia. Una tragedia di cui la Storia tramanda la memoria «generale» - la costruzione del muro, la distruzione e le devastazioni che culminarono nei mesi di aprile-maggio del '43 con la rivolta repressa tra il sangue le macerie dalle SS - ma della quale si era perso il ricordo delle singole persone. Fino a oggi.
Venti scatole di latta, chiuse con lo spago, piene di foto e documenti dentro le quali c'è la «voce» degli ebrei del Ghetto di Varsavia che torna dal passato. Disperso per decenni tra Europa, Usa e Israele, l'archivio perduto di quegli uomini e di quelle donne è stato infatti riassemblato da uno storico del Trinity College del Connecticut, Samuel Kassow. Ma soprattutto il merito di aver permesso a quelle voci di tornare a farsi sentire spetta a Emanuel Ringelblum: studioso e attivista politico, ebreo polacco, che ideò e organizzò l'archivio. La sua è una storia straordinaria.
Ringelblum aveva una visione ottimista della storia, e degli uomini. Si sbagliava. Così, nel 1939, non condivise il parere dei suoi correligionari più avveduti dopo primo i bombardamenti di Danzica, e restò a Varsavia invece di fuggire all'estero. Quando però la Storia gli piombò addosso con tutta la sua crudeltà reagì, e decise di fare la sua Resistenza.
C'era chi iniziò fin dal 1940 a mettere da parte qualche fucile, in previsione della rivolta che sarebbe scoppiata più tardi. Anche Ringelblum fondò un'organizzazione segreta. Si riuniva il sabato - giorno per gli ebrei di astensione dal lavoro - per non destar sospetti e di conseguenza si chiamava «Oyneg Shabes» («Gioia del Sabbath»). Oltre alla resistenza armata aveva un altro scopo sociale: dar vita a un archivio della vita quotidiana del Ghetto di Varsavia ai tempi del nazismo. Lasciare che quell'orrore venisse persino dimenticato, dopo essere stato perpetrato, sarebbe stata l'ultima e definitiva vittoria del Terzo Reich e di Hitler.
Erano gli anni in cui in Francia si imponeva la storiografia sociale delle «Annales». Ringelblum, vicino alle grandi correnti intellettuali d'Europa, mise insieme una cinquantina di persone e le invitò a raccogliere tutto quello che potevano, dai manifesti in cui i nazisti promettevano pane e marmellata a chi si consegnava spontaneamente alla deportazione, ai memoriali personali, alle testimonianze dirette, i diari, le fotografie. Disse: «Bisogna amalgamare migliaia di testimonianze personali in un unico ritratto collettivo». Difficile che quelle decine e decine di uomini, donne e ragazzi alle prese con la lotta quotidiana per la sopravvivenza abbiano capito subito e fino in fondo l'ambizione di quella frase, ma gli dettero retta. Ne nacque, appunto, l'archivio degli ebrei del Ghetto di Varsavia, clandestino e segreto. Inedito, nella sua completezza, fino ad ora.
Questo immane, e apparentemente disperato, tentativo di unire la vita quotidiana alla grande Storia per lasciare ai posteri la testimonianza della Shoah è riemerso finalmente dal passato quando Samuel D. Kassow, con infinita pazienza, è andato a recuperare il materiale dell'archivio Ringelblum nei luoghi dove era stato disperso, vale a dire in mezzo mondo. Lo ha rimesso insieme, lo ha ordinato secondo i canoni originali e lo ha letto approfonditamente. E così facendo ha restituito alla corta memoria dell'uomo del Ventunesimo Secolo una delle parentesi più tristi della storia del Ventesimo.
La vicenda viene raccontata dallo stesso Kassow in un libro edito in questi giorni da Penguin. Il titolo è emblematico: «Who Will Write our History?», «Chi scriverà la nostra storia?», una domanda terribile nella sua angoscia che deve essere stata pronunciata più volte, e non solo da Ringelblum. Nasconde il dolore nel dolore del popolo ebraico, cioè l'idea che i nazisti riuscissero al tempo stesso ad annientarne l'esistenza e la stessa memoria. Ringelblum, da buono storico, sapeva come perpetuare i ricordi, e alla fine vinse la sua battaglia. Non poteva, però, immaginare cosa sarebbe successo del suo archivio proprio dopo la sconfitta dei suoi aguzzini.
La vicenda incredibile delle peregrinazioni di queste carte comincia il 18 settembre 1946, oltre un anno dopo la fine della guerra, quando a Varsavia una squadra di volontari si trova a rimuovere le macerie di una vecchia scuola distrutta dai bombardamenti in quella che una volta era la Via Nowolipki. Lavori pericolosi, vista l'instabilità del rudere. La pala a un certo punto urta contro una scatola di latta, legata da uno spago. Una cosa consueta. Di meno consueto il fatto che insieme a quella scatola ne vengono trovate, in pochi minuti, altre nove. Tutte a loro volta contenute in una cassa più grande. Purtroppo era penetrata l'acqua, e quasi niente tra i documenti, i fogli di quaderno e le fotografie si era salvato. Accanto però c'era una seconda cassa, questa volta in buono stato, e i volontari si trovarono di fronte alla voce degli ebrei del Ghetto. La prima di molte.
Un terzo scatolone di documenti venne scoperto, sempre sotto le stesse macerie, ancora nel 1950. Qui iniziò la disputa, cui parteciparono a vario titolo eredi legittimi, ricercatori, case editrici, sceneggiatori in cerca di idee per un film. Solamente nel 1958 il diario personale di Emanuel Ringelblum trovò la via della pubblicazione, ma fu usato più che altro come fonte di ispirazione per gli scrittori di mestiere. Uno di questi, John Hersey, ne tirò fuori un racconto, «The Wall». Il resto, cioè il 99% del totale, finì diviso e smembrato tra l'Istituto di Storia Ebraica di Varsavia, lo Yad Vashem di Gerusalemme e l'Istituto per la Ricerca di Studi Ebraici di New York. È qui che Kassow ha cercato, catalogato, ordinato e assemblato: 65 anni dopo i fatti, 30 dopo la pubblicazione dell'unica parte edita. Quello che si può leggere nell'immensa sinossi tracciata da Kassow è una storia fatta di storie.
Storie di fame, disperazione, atroci dubbi morali, splendori di generosità e miserie umane. Ringelblum raccoglieva tutto, dai menù dei ristoranti fatti di oche arrosto e vini pregiati alla storia della madre che, impazzita e disperata per il dolore e il digiuno, mangia il corpo del figlio appena morto. Ringelblum pazientemente registrava le azioni dei poliziotti ebraici collaborazionisti e gli innumerevoli atti di solidarietà. L'indifferenza dei polacchi e il fatto che lui stesso, per ben due volte, ebbe la vita salvata da polacchi che non conosceva nemmeno. Prima di abbandonare la lotta lui e i cinquanta del gruppo «Gioia del Sabbath» chiusero le casse mettendoci i loro memoriali personali. Di loro sarebbero sopravvissuti solo in tre.
Ringelblum non fu tra questi: venne eliminato insieme alla moglie e al figlio di pochi anni. Tra quanti ebbero il suo stesso destino c'era anche una donna, Gustawa Jarecka. Prima di salire su un treno della morte lasciò scritto: «Le urla dei condannati vengono udite molte volte nella storia. Spesso invano, e solo molto tempo dopo producono il loro eco». Ma quando l'eco arriva, l'impressione è enorme.