Dalle agende appare un Duce piccolo piccolo

Da uno dei «lotti» di carte in circolazione, che era stato offerto a un industriale bergamasco già nel 2004, emerge un capo del fascismo assolutamente non credibile: notazioni intimistiche, note moralistiche e incongruenze di ogni tipo

Il tardo pomeriggio del 30 novembre 2004 mi chiama al telefono un caro amico, Italo Pilenga, un industriale bergamasco del settore chimico-tessile che dà lavoro a 400 dipendenti. È emozionato, Pilenga: «Ho tra le mani dei manoscritti del Duce - mi dice -. Mi hanno proposto di comprarli, ma credo si tratti di una cifra altissima. Per favore, vieni a dare un’occhiata, di te mi fido». Ci incontriamo la sera stessa, in un ristorante di via Anfossi, a Milano. Intorno al tavolo, oltre a Pilenga e al suo commercialista, trovo l’intermediario che ha proposto l’affare per conto del detentore della documentazione. Un uomo d’affari, a me prima sconosciuto, incaricato di sondare il terreno per la cessione dello scottante materiale. Mi mostra un plico con pochi fogli: quattro o cinque pagine, presentate come autografe del Duce. Dice l’emissario del venditore: «Sono alcuni estratti dei Diari di Mussolini. Cinque agende degli anni 1935-1939, che si trovano in una cassetta di sicurezza in Svizzera. Quando lei desidera, possiamo combinare un incontro a Lugano, così può esaminare gli originali».
Mi sembra che la strada sia più che spianata: direi un’autostrada. Il nostro uomo comunica un certo senso di premura, anche perché ha fiutato che Pilenga si affiderà al mio «verdetto». E Pilenga, oltre a essere un grande appassionato di tutto ciò che odora di Ventennio, è facoltoso. «Se vuole - insiste il businessman - le posso fissare un appuntamento a Lugano già nei prossimi giorni, ma devo prima verificare la disponibilità del detentore delle carte».
Guardo quelli che sarebbero i manoscritti del Duce, ma non riesco a nascondere una certa delusione: a occhio, non vedo emergere la prorompente personalità di Mussolini, la sua mascella quadrata, la sua energia volitiva che ogni documento autentico vergato di suo pugno sembra emanare. La scrittura è bella ordinatina e oltretutto ha una densità molto maggiore di quella che si riscontra negli scritti mussoliniani, nei quali non vi è il timore di sprecare carta «sporcandola» con pochi caratteri che sembrano stenografici. Il Duce aveva una grafia più ampia e ariosa, ma soprattutto nervosa e veloce. Eppoi le aste non sono pronunciate come quelle dei documenti genuini già noti. Insomma, impressioni superficiali. Che però trovano conferma quando torno a casa e comincio ad approfondire. Rintraccio i precedenti, non proprio brillanti, degli assaggi offerti dal Sunday Telegraph nel 1994. Si tratta, evidentemente, degli stessi materiali proposti a Pilenga. Cinque agende scopertinate della Croce Rossa. Chiamo il mio amico e gli dico: «È meglio essere prudenti. Sento odore di bruciato, ti consiglio di restarne fuori perché stralci del medesimo materiale sono apparsi su un giornale inglese alcuni anni fa e sono stati fatti letteralmente a pezzi: sia dagli storici sia dalla famiglia Mussolini. Giorgio Pisanò, uno che se ne intendeva di carte del Duce, fu durissimo». Pilenga è un po’ dispiaciuto, ma comprende.
Si arriva così ai giorni nostri, allorquando le cinque agende risaltano fuori. Rileggo quelle poche pagine, che conservo da allora, e vi ritrovo un Mussolini formato mignon: un Duce intimista, piccolo borghese e sdolcinato. Alcune espressioni poi mi sconcertano. Alla pagina di lunedì 13 febbraio 1939, il capo del fascismo esordisce: «Piove. Giornata lacrimogena...». Lacrimogena? Poteva un brillante giornalista come Mussolini, scrivere una fesseria del genere?
Ma andiamo oltre. Un mese dopo la visita del premier inglese Neville Chamberlain e del ministro degli Esteri Halifax a Roma, il presunto diarista rimugina un’espressione banale di suo genero Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri, che aveva definito i colloqui come una «limonata innocua»: «Non è stata affatto una “grande limonata innocua” come la definì Ciano. Da quella visita si è potuto anche dedurre che gli inglesi non sono poi i soliti prepotenti che tutti abbiamo sempre immaginato. I due furono prudenti e molto parsimoniosi nel parlare e seppero opportunamente tacere. La visita dei ricchi ai poveri - già - ma i poveri hanno anche saputo elevare la loro dignità e rimanere poveri ma non servi».
Forse il vero Mussolini non avrebbe usato il termine «parsimoniosi», ma un più appropriato sinonimo. Inoltre soltanto un sosia nano del Duce potrebbe essersi espresso come nelle righe seguenti, in cui si accenna al desiderio recondito di fare a cazzotti con gli inglesi: «D’accordo che i due britannici non abbiano l’ardimento dei Francis Drake del passato, il che è quasi un bene, se no saremmo venuti alle mani (corsivo nostro, ndr) - che siano i discendenti ricchi di quelli e che abbiano poco entusiasmo nell'eventualità di affrontare un conflitto».
Da un punto di vista stilistico, sintattico-lessicale, non sembra emergere la personalità di Mussolini. Poche righe oltre, il dittatore manifesta, con spavalderia, la certezza che gli inglesi, venendo a Roma, abbiano tradito il timore di uscire «con le ossa rotte» da una guerra. Ma forse la verità è un’altra: sappiamo che, nei colloqui con Chamberlain, il Duce tradì una reazione nervosa quando il premier britannico accennò ai costi apocalittici di una guerra aerea in Europa. Mussolini, evidentemente, temeva principalmente non le bombe inglesi sull’Italia, ma i raid aerei dei tedeschi sulle nostre città, nel caso in cui avessimo scelto l’alleanza con gli anglofrancesi. Fu forse per cautelarsi da questo pericolo che firmò il Patto d’Acciaio che lo blindò nell’innaturale matrimonio con la Germania di Hitler. Una costrizione rivelatasi fatale. La pagina citata si conclude con notazioni moralistiche e autoreferenziali: «Vogliamo una buona volta ammettere senza peccare di superbia che Lord Chamberlain - uomo notoriamente equilibrato e di pronta efficienza diplomatica - abbia nutrito una buona fiducia in Mussolini, il quale è già stato oggetto d’ammirazione di un altro inglese anche se di nome non proprio notissimo come il primo». Anche qui si rileva un’incongruenza: come è possibile che proprio nel suo Diario intimo, il dittatore annotasse una frase così sibillina? A chi allude il presunto Duce? La lista dei corteggiatori britannici di Mussolini è assai lunga, ma come non vedervi, in filigrana, una punta di sarcasmo nei confronti di Churchill? Una frecciata che, sinceramente, sembra opera più d’un falsario neofascista che della Buonanima.
Insomma, da una serie di elementi, si ricava l’impressione che questi Diari possano essere stati costruiti a tavolino, ex post, a freddo, sulla base di un raziocinante (ma non troppo) calcolo politico. Soltanto riscontri contenutistici puntuali sulla totalità dei testi potranno dirci se si tratta di documenti autentici, oppure di falsi (come personalmente sono indotto a ritenere). Nel libro Parlo con Bruno, scritto nel 1941 dopo la morte del figlio, Mussolini inserì abbondanti citazioni del suo Diario del 1938, indicando le date del 25 gennaio, del 3, del 27 e del 29 ottobre. Le verifiche potrebbero cominciare proprio da qui.