Dalle croci ai volti di leader Storia dei «comizi di carta»

Finito il tempo di allegorie, giochi di parole e neologismi, ora conta solo il testimonial

da Milano

Ora siamo a «Rialzati, Italia» contro «Si può fare». Ma la storia della propaganda elettorale italiana è ricca di manifesti che in qualche caso, per la forza evocativa del «mix» fra slogan e immagine, sono stati veri e propri «comizi di carta». Come nel 1946 il Psi esortava le masse al voto a sinistra con un Gesù Cristo che diceva: «Votate per il socialismo che redime i poveri dallo sfruttamento dei ricchi». O come nel 1987, quando la Dc inventò lo slogan, poi diventato il nome di partito, «Forza Italia». In un manifesto per le elezioni politiche era accompagnato all’invito «Fai vincere le cose che contano». Con la discesa in campo di Silvio Berlusconi la propaganda politica ha dato un deciso colpo di acceleratore verso la personalizzazione delle campagne elettorali. Anche se il primo a presentarsi come testimonial, sempre nel 1987, era stato il segretario del Psi, Bettino Craxi.
Il periodo d'oro dei manifesti elettorali è stato senza dubbio il ventennio che va dall'immediato dopoguerra a tutti gli anni Sessanta, quando il «comizio murale», con le immagini fortemente evocative, le metafore, le allegorie e i giochi di parole, secondo gli esperti della comunicazione politica era quasi un’opera d'arte. Nel 1948 la propaganda comunista inventa termini nuovi per minare l’immagine della Dc e dei partiti suoi alleati. Uno di questi neologismi fu «erpivori», da Erp, l'acronimo che stava a indicare l'European recovery program, il programma di aiuti più noto come Piano Marshall. «Erpivoro»: colui, cioè, che ingrassa grazie ai fondi Erp. E per restare sul binomio politica-alimentazione, nel 1953 arriva il manifesto del Pci che definisce i democristiani «forchettoni». I dc rispondevano ricordando che l'orso sovietico si era mangiato mezza Europa, la Cina e la Corea e chiedendo all'elettore «Vuoi fargli mangiare anche l'Italia?». Ma anche, per sottolineare che il voto alla destra favorisce in sostanza la sinistra, con manifesti nei quali Stalin si accende la pipa con la fiamma del Msi. Sempre nel 1953 la Dc, che fra il 1946 al 1990 produrrà oltre 1.200 manifesti, aveva inventato i manifesti «seriali», cioè con un tema sviluppato in poster diversi. E sempre nel 1953, la Dc, giocando con la parola «fetentoni» bollava i comunisti come «petentoni», poiché quattro anni prima avevano firmato la petizione per la pace in polemica contro l’adesione dell’Italia alla Nato. La pace, infatti, è un cavallo di battaglia della propaganda comunista, soprattutto quella diretta alle donne. In un manifesto del Pci una bambina dice: «Mamma, vota anche per me, vota per la rinascita e la pace».
Nel 1958, l’anno del trionfo di Domenico Modugno a Sanremo con «Nel blu dipinto di blu», l’allora leader della Dc Amintore Fanfani trasforma il titolo in «Lo scudo dipinto nel blu lo devi votare anche tu». Qualche anno dopo Fanfani si ritrovò, suo malgrado, in un manifesto elettorale: venne raffigurato nei panni di Biancaneve, anzi «Fanfaneve», insieme ai sette nani che avevano le sembianze di capicorrente e ministri dc. La parodia politica della celebre pellicola disneyana è firmata Psi: «C'era una volta Fanfaneve e i sette nani. Ci sono ancora. Regnano sul Bel Paese felici e contenti da quasi trent'anni. Spezza l'incantesimo, rafforza il Psi».
Con la personalizzazione della politica cambia tutto e la figura del leader soppianta la «pennellata» del grafico o del creativo che traduce in immagine il messaggio. E ora campeggiano facce sorridenti e slogan essenziali.