Dalle palline di carta ai giocatori in 3D la sfida del Subbuteo

Un amarcord per rivivere, per un paio di giorni, le atmosfere di quei magici pomeriggi, a cavallo degli anni ’70 e ’80, che generazioni di ragazzini trascorrevano inseguendo un goal, anche se in punta di dito. Il Subbuteo diventa uno dei protagonisti più attesi della movida dello sport e della Notte bianca di Milano grazie alla «Hasbro» che, in collaborazione con il Csi, metterà a disposizione, lungo il corso Vittorio Emanuele, dalla mattina di sabato fino al tardo pomeriggio della domenica, ben 50 campi del mitico «calcio in punta di dita» sui quali potranno liberamente sfidarsi padri e figli, amici o semplicemente nostalgici.
Il Subbuteo è stato, per decine di migliaia di giovani italiani, uno dei regali più attesi e desiderati nelle notti natalizie. Generazioni cresciute, fino ad allora, a suon di infinite partite organizzate e disputate con le «figu» Panini (quelle che si attaccavano con la colla), complici una pallina di carta e un campo improvvisato e che, all’improvviso, potevano riversare la loro fantasia calcistica e le loro tattiche di gioco su quel magico panno verde, dalle righe inevitabilmente storte, dove si fronteggiavano, di solito, due squadre rosse e blu (quelle contenute nella confezione e che rappresentavano l’importante dotazione iniziale) di giocatori plastificati in 3D che si contendevano un pallone esageratamente grande da spedire tra i pali delle porte con la rete rigorosamente verde. I più fortunati investivano fior di soldi non solo implementando la loro dotazione di squadre (tra le oltre trecento a disposizione), ma anche arricchendo lo scenario con gli arbitri, gli allenatori e le panchine, i giornalisti e le torri Tv, il recinto di gioco, le tribune con gli spettatori, il tabellone segna-risultati, i riflettori per le notturne; perché anche l’occhio, oltre che il dito, voleva la sua parte.
Era nata la Subbuteo mania, il calcio da tavolo in punta di dita ideato, nel 1947, dalla fortunata fantasia dell’inglese Peter Adolph che diede il nome al gioco battezzandolo con il nome latino di una razza di falcone da lui particolarmente amata: il falco Subbuteo. Ben presto, i ragazzi impararono a fissare il panno su un più comodo compensato sul quale si disputavano interi pomeriggi di tornei che finivano con sfottò e code polemiche («hai segnato perché hai strisciato troppo il dito»). Quasi come una conseguenza naturale, nel 1974 si disputò il primo campionato italiano vinto dal genovese Beverini mentre negli anni ’80 l’allora campione del mondo Andrea Piccaluga si assicurò il dito per circa 200mila euro. Nel nuovo millennio, il Subbuteo continua a rivivere con una versione che prevede giocatori fotorealistici dei più importanti club del mondo da mandare in goal, in punta di dita.