Dall'inferno al mondiale La notte di Fragomeni

La morte del padre alcolizzato e della
sorella sieropositiva, la droga, la perdita della madre quand'era ai
Giochi di Sydney. Stasera il gigante milanese combatte per la corona Wbc dei massimi leggeri

La faccia tonda, gli occhi grandi, quel corpo tatuato (sul braccio sinistro la storia della vita, sul destro le decorazioni) e un po’ botolo sono la rappresentazione di un racconto a lieto fine. Comunque vada è stato un successo. Altro che ori olimpici, altro che gol di Del Piero e Kakà. La storia dura, atroce, la vita spericolata di Giacobbe Fragomeni, sono una medaglia per lo sport e una sceneggiatura da film. Stasera sul ring del Palalido questo ragazzo, che quando cominciò pesava 120 kg («non sapevo se giocare a pallone o fare il pallone»), cercherà di conquistare la cintura di campione del mondo dei massimi leggeri Wbc. Per avversario un bel fustone pelato e inquietante che si chiama Rudolf Kraj, un ceco alto sei centimetri più di lui, otto anni meno di lui (31 contro 39), ma dal record meno probante.

Giacobbe ormai è sul far del tramonto sportivo, ma arrivare a 39 anni, nella sua città, ad acchiappare il sogno dopo aver visto e passato l’inferno, è il segno che forse ne è valsa la pena. E lui icona della Stadera, quartiere dove pullulavano spacciatori di droga e delinquentelli, oggi potrebbe essere il primo milanese ad aver conquistato il mondiale nella sua città. Forse un altro segno del destino. Già, il destino. Quello di Fragomeni è stato marcato a fuoco rovente. Il papà alcolizzato. Beveva e picchiava la mamma. Entrava e usciva di galera. E lui, ragazzino tredicenne, che non sapeva cosa fare. Quando poteva, tentava di difendere la mamma. «Pensai anche: se tolgo il vino a mio padre, forse non si ubriaca più. Cominciai a bere io, per non farglielo trovare. Ma non servì. A lui bastava un bicchiere». Il papà un giorno finì massacrato di botte, si curò a pillole e vino. Morì di cirrosi epatica. La mamma lo lasciò durante le olimpiadi di Sidney nel 2000. Lui era in Australia per gareggiare, tornò di corsa per rivederla un attimo.

Un giorno la sorella gli confessò: «Sto morendo, ho l’Hiv». La uccise una dose tagliata male. Giacobbe provò la droga. «Per dimenticare». Passò dagli acidi, all’eroina, alla cocaina. Non si bucò mai. Ma pareva un fantoccio grosso e senza anima. Usò le mani per chiedere elemosina. Finchè un suo amico non lo convinse a provarle in palestra. Conobbe il maestro Ottavio Tazzi alla Doria di Milano. Per tanti è stato un maestro di boxe, per lui anche un nonno. Giacobbe passò dalla disintossicazione alla voglia di diventare qualcuno sul ring. Sua madre ha fatto in tempo a vederlo vincere l’europeo dei dilettanti. Lavorò come asfaltista, alzandosi alle tre del mattino. Dalle cinque del pomeriggio era in palestra. Poi trovò posto come aiuto cuoco in un ristorante. Per gli amici era il Gabibbo. «Parlavo come lui. Dicevo: ti spacco la faccia, a destra e manca». Soprannome messo nel cassetto. «Da quando qualcuno è stato querelato per uso improprio. Non vorrei finire in tribunale». Infine è diventato body guard in discoteca. Lavorava di notte. Di giorno andava in palestra. «E il pugilato mi ha salvato».

Dal 1998 fa solo il pugile. Ha rischiato di chiudere presto: nel 2002 distacco del tendine del braccio sinistro. C’è voluto un miracoloso trapianto per non sentire il brivido. Quale? «Quello di smettere con la boxe». L’unico avversario che Fragomeni teme davvero.