Dallo studio al welfare: così la colonia estiva è diventata un campus

La parola colonia estiva, che rimanda a una pletora di bambini vocianti in pantaloncini e maglietta, condotti a passare l'estate sulle spiagge italiane, sembrava ormai dimenticata, sostituita dal vocabolario vacanziero contemporaneo. Oggi, in mezzo ai ticket da comprare, il jet lag da affrontare, l'overbooking da scongiurare, la colonia estiva per i figli dei dipendenti delle grandi aziende pare un residuo dei tempi andati, la cui esistenza è testimoniata solo dalle foto in bianco e nero che giacciono nei cassetti di un'intera generazione. Allora le colonie, al pari di molte altre attività sociali per i dipendenti, erano il prodotto dell' «azienda chioccia», che si occupava delle condizioni di vita, e non soltanto di lavoro, dei propri dipendenti. L'attenzione nei confronti dei lavoratori, «dalla culla alla tomba», riguardava moltissimi aspetti della vita quotidiana, dal dopolavoro, all'asilo aziendale, e non trascurava nemmeno il settore delle vacanze estive dei figli. Un'attività che è iniziata negli anni Venti, si è intensificata nei Cinquanta e ha subito un calo verso la metà degli anni Sessanta, quando il boom economico ha reso il rito delle vacanze estive alla portata di quasi tutte le tasche.
Ora che questo rito si è appannato, e la cinghia si è stretta un po'per tutti, le vecchie ricette tornano buone: così si riscopre l'utilità delle colonie che, spesso ospitate in edifici storici, tornano a far parlare di sè, e dei servizi che offrono alle famiglie. È il caso di quella a Cesenatico, organizzata dall'Eni per i figli dei dipendenti: l'azienda italiana, che fin dai tempi di Enrico Mattei ha cercato di coniugare vita privata e vita lavorativa dei dipendenti e delle loro famiglie, con iniziative di welfare in vari campi, continua ancora oggi su questa strada. Le colonie estive in località di mare o montagna, dedicate ai figli dei lavoratori tra i 6 e i 14 anni di età, nel 2012 hanno visto la partecipazione di 1.119 bambini, ospitati presso la struttura di Cesenatico e presso il complesso di Piani di Luzza. Si tratta di numeri importanti che fanno capire come la nuova attenzione verso queste realtà non sia affatto un semplice effetto amarcord o il residuo di una tradizione nata 90 anni fa che si trascina stancamente fino a giorni nostri. Tutt'altro: l'idea di colonia presso certe realtà aziendali è viva e vegeta, più utile che mai, e arricchita anche di nuovi significati e funzioni. A Cesenatico ad esempio, 20 bambini siberiani provenienti dallo Yamalo-Nenets hanno trascorso 15 giorni alternando attività ricreative, sportive ed escursioni sul territorio. Grazie a questo progetto, in una struttura storica, nata nel 1937 dalla mano dell'architetto Giuseppe Vaccaro per Agip, i bambini siberiani provenienti per lo più da orfanotrofi e da famiglie disagiate, hanno passato un periodo di vacanza lontani dalla realtà che tutti i giorni sono costretti ad affrontare. Ma l'attività di Eni non si limita alle sole colonie: l'azienda organizza anche campus estivi per ragazzi fra i 4 e 16 anni (390 in tutto) mentre i ragazzi tra i 15 e 16 anni hanno partecipato a vacanze-studio pensate per l'apprendimento dell'inglese. Inoltre, coerentemente con le politiche del walfare dell'azienda, durante tutto l'anno scolastico, la sede di San Donato milanese accoglie 60 bambini al nido aziendale, e 108 alla scuola dell'infanzia. E così l'offerta di welfare aziendale è sempre più apprezzata: i baby vacanzieri nelle colonie sono aumentati del 40% negli ultimi tre anni. Un po'troppo per parlare di un semplice amarcord.