"Dall'uccisione di Giulio Cesare a Roma non cambia niente"

Il regista italo-americano: "Sono cresciuto nelle strade del Bronx Tornando nella terra di mio padre mi sono salvato da alcol e droga"

A suo modo Abel Ferrara è un immigrato. Di ritorno, in verità. Il primo ad andarsene fu suo nonno. Negli anni Venti prese moglie e figli e attraversò l'oceano. Oggi quel ragazzo, cresciuto a pane e baseball nel Bronx, ha fatto il percorso inverso. E dalla grande famiglia italo-americana - da Scorsese a Coppola passando per Tarantino, De Niro, Stallone, Turturro e Stanley Tucci, ma l'elenco è sterminato - ebbene, da quella nobile schiatta, si chiama fuori. Perché si sente «profondamente italiano». E poco importa se non va oltre «Ciao», «Come staaai...» in uno slang stelle e strisce farcito di «You know», «I mean» che dicono tutto e niente. Ma una cosa è chiara. L'intercalare, almeno quello, non è italiano. Anche se lui giura: «Lo sto imparando». E ha scelto. Indietro non si torna, perché, di fatto, è già tornato.

E allora, Ferrara, qual è l'Italia?

«È il Sud, Napoli, Caserta. Roma non è Italia. E nemmeno Milano, che pure è una bella città».

Quindi, che cos'è la capitale?

«Europa».

Ha visto cambiare Roma negli ultimi tempi?

«Macché (ride). Qui non cambia nulla da duemila anni. Da quando hanno ammazzato Giulio Cesare è rimasto tutto come allora».

È sicuro? A vedere il suo ultimo film, «Piazza Vittorio», non si direbbe. Ci sono più stranieri che romani.

«Ho raccontato vicende diverse. Ognuno ha una storia tutta sua ed è qui per milioni di motivi. Io, con il mio passato a New York. Un altro dal Burkina Faso o dalla Moldavia. E uno dai Parioli».

Ne è uscito un documentario sull'immigrazione.

«Può sembrarlo. Io la considero un'opera di fiction. In fondo, è un insieme di avventure».

Emigrare è un'avventura?

«Gli spostamenti da uno Stato all'altro e i profughi di guerra sono naturali e fisiologici fino dalla fondazione del mondo».

Ora sono massicci, però. E creano problemi anche a chi lascia la propria terra.

«Diventano un incubo se si guarda solo ai rischi e non alle opportunità».

Quali sono i pericoli maggiori che si corrono.

«Chi non ha capito la storia degli ultimi cent'anni è costretto a riviverla. E io, francamente, vorrei evitarlo».

Serve coraggio per emigrare?

«Non è l'unico requisito. I popoli si muovono o sono costretti a muoversi per infinite ragioni».

Lei come lo definirebbe.

«L'abilità di fare qualcosa che spaventa. La forza, gettata in faccia al dolore o alla pena. Però credo sia molto di più. E forse non esistono parole».

Quanto contano per lei le parole?

«Poco o nulla».

Perché così severo.

«L'ho imparato dal cinema. Buster Keaton e Charlie Chaplin comunicavano con il pubblico nell'epoca del muto. Era sufficiente vederli. La Settima Arte si esprime per immagini. Le parole non contano».

Chaplin era un emigrante.

«Fuggì dalla povertà».

Perché suo nonno lasciò l'Italia?

«Fuggì dalla povertà».

E lei? Che cosa l'ha spinta ad abbandonare gli Stati Uniti?

«Due ragioni importantissime».

La prima...

«Dopo l'11 settembre è diventato impossibile restare in America. È un Paese senza libertà. Non potevo fare il lavoro che voglio davvero. Poi...»

Poi...

«L'Europa apprezza di più il tipo di cinema che piace a me. E andarmene è diventata una necessità. Sono sempre stato un regista italiano. Anche quando ero negli Stati Uniti».

Sto cercando un americano che abbia votato Trump, oltre a Clint Eastwood e Arnold Schwarzenegger. Per caso sa aiutarmi?

«Schwarzenegger non ha votato Trump».

Allora qui ha trovato l'autonomia che cercava?

«Molto più che a New York. Anche se non ci si può spingere troppo sopra le righe».

Perché?

«Se ti inventi qualcosa di troppo radicale, finisce che ti mettono in croce (sorride)».

Si trova meglio, allora.

«Dipende dai giorni».

In che senso.

«A Roma bisogna vivere come i romani. Adeguarsi a loro. È impossibile comportarsi in modo diverso».

E il secondo motivo che lo ha convinto a lasciare la Grande Mela?

«Sono figlio e nipote di emigranti. Volevo scoprire le mie origini. Vedere il paese natale della mia famiglia. Capire da dove, in un certo senso, vengo anch'io».

Lei era particolarmente legato a suo nonno.

«Si chiamava Abele, come me. O forse - diciamo meglio - sono io che mi chiamo come lui».

Però lui non ha mai imparato l'inglese e lei non parlava italiano. Come vi intendevate?

«Conosceva poche parole d'inglese e le pronunciava con un accento napoletano marcatissimo. Io non capivo nulla. Quando decideva di raccontare una storia ci voleva l'interprete».

E chi era il traduttore in famiglia?

«Mio papà, se c'era. In alternativa mio zio».

Come trascorre il tempo libero?

«Semplice, non ne ho più. Passo la vita a lavorare. E basta».

Esagerato...

«No, giuro. Sto girando l'Italia per presentare Piazza Vittorio. È un percorso che tocca varie città anche se è ancorato a Roma perché la piazza è lì. Però tutte hanno a che fare con gli immigrati».

Finito qui...

«Sto curando la regia di uno spettacolo teatrale che ha debuttato a Napoli. S'intitola Forcella strit, le musiche sono di Nino D'Angelo e l'autore è Maurizio Braucci».

Di che cosa parla?

«È la storia di un gruppo di giovani di questo quartiere. Una quindicina d'anni della loro vita tra il 1989, secondo scudetto di Maradona, e il 2006. Sono i piccoli eroi della quotidianità».

Niente cinema, allora.

«A febbraio inizio le riprese di Siberia, con Willem Dafoe e Isabelle Huppert. È un viaggio del protagonista all'interno di se stesso. Il titolo non ha nulla a che vedere con la regione russa. È una metafora. Un'immagine».

Sbaglio o ha in mente un progetto su Padre Pio?

«Ho già scelto il santo, sarà Luca Marinelli. Adesso come li chiamano... Ah già, biopic. Odio i generi. In fondo sono tutti film».

E Tommaso...

«È il seguito di Piazza Vittorio. Immigrati parte seconda».

I periodi duri, prima o poi, finiscono. Ci riprovo. Come passa la domenica?

«In America è un giorno qualsiasi. Vale qualunque altro, non è consacrato al riposo».

Ma siamo in Italia. Lei è italiano e ha detto che vive come i romani.

«È il giorno che dedico alla famiglia. Soprattutto ad Anna, la mia bambina».

Quanti anni ha?

«Quattro. È nata a Roma e parla già tre lingue. Inglese con me, moldavo con la sua mamma e italiano con gli altri bimbi».

Che cosa fate insieme?

«Al mattino mi alzo e vado a bere un caffè al bar, poi insieme andiamo al parco. Le leggo le favole e poi giochiamo a palla. Mai con i piedi, però. Come facevo io. Di sera la porto a mangiare la pizza a Colle Oppio».

Quando era piccolo, chi giocava con lei?

«Mia madre o i miei zii. Mio papà era sempre molto occupato dal lavoro. Ma...».

Ma...

«In realtà io sono cresciuto in strada. Nel Bronx è normale. Si vive sui marciapiedi tra partite a baseball e sfide improvvisate. Noi la palla la lanciavamo soltanto con le mani. All'età che ha mia figlia oggi, eravamo già in mezzo a una via».

Che cosa ricorda di quel periodo?

«La mia famiglia. I pranzi interminabili. Le cene. E l'atmosfera unica. Ci sentivamo italiani ed eravamo italiani. Così italiani da esserlo ancor più di quelli che vivono a Colle Oppio».

Nostalgia?

«Forse. La sera della domenica ci si radunava tutti, un po' come oggi in meridione».

Di dove sono originari i Ferrara.

«Sarno, provincia di Salerno. Non Napoli, mi raccomando. C'è gran rivalità tra le due città».

Che cosa ha provato quando è tornato nella sua terra?

«Rigenerazione. Cercavo i luoghi dove erano nati mio padre e mio nonno e ho trovato la salvezza».

In che senso?

«Sono arrivato a un pugno di chilometri dalla casa che fu la culla di mio padre e mentre gironzolavo ho conosciuto un uomo. Si chiama Tonino, è il responsabile di una comunità di recupero».

Da che cosa doveva essere recuperato Abel Ferrara?

«Droga e alcol».

Un regalo del Bronx in quella vita di strada?

«Direi di no. Da ragazzino ho visto coetanei che morivano con la siringa nel braccio. Era abbastanza raro ma poteva accadere. E accadde. Li ricordo ancora. Per me non fu un regalo del Bronx».

Qual è il Bronx d'Italia, visto che la sta girando tutta?

«Forcella, Scampia, i quartieri spagnoli. Sto lavorando proprio lì con lo spettacolo musicato da Nino D'Angelo. Belli, ma sono quello che sono».

Riuscì a resistere alle tentazioni, allora.

«Da piccolo avevo paura dell'eroina. Molta paura».

E dell'alcol?

«Stessa diffidenza. Non mi piacevano. Non mi convincevano. E non ne ho mai presi».

Quando ha cominciato?

«Molto tempo dopo. Sarò stato ben oltre i quarant'anni. Ho cominciato a farne un uso sostenuto, precipitando in una spirale impressionante».

Perché questi eccessi?

«Non esiste una relazione diversa quando si ha a che fare con alcol e droga. Tutto o niente. Si esagera o ci si astiene».

E lei che cosa ha scelto?

«Ci ho dato dentro pesantemente. Non mi sono mai tirato indietro».

Finché...

«Non ne potevo più. Non mi piacevo. Volevo smettere».

E come ha fatto?

«Ho programmato il mio viaggio in Italia sulle orme paterne, senza sapere che a trenta chilometri da dove è nato papà sarei rinato anch'io».

Quanto tempo le è costato?

«Sono rimasto a Caserta, nella comunità Leo, per quattro mesi. Mi sono affidato a Tonino. La mia volontà ha fatto il resto».

E ora?

«Sono più di sette anni che non tocco né alcolici né stupefacenti».

Che cosa beve?

«Acqua naturale, nulla più».

E le mancano?

«Sa che cosa le dico, mai stato meglio. Non ne sento necessità. Non diciamo nostalgia. E vorrei dirlo a tutti quelli che soffrono di queste dipendenze».

Lo dica.

«Smettete. Smettete. L'unico modo per liberarsi di queste porcherie è disfarsene una volta per tutte. Opporsi. Dire di no. Dopo non se ne avverte più il bisogno».

Droga e alcol sono stati il suo peggior peccato?

«Forse, ma non userei questo termine».

Che cos'è il peccato?

«Un atto immorale, una trasgressione alla legge divina. Ecco perché, almeno sul mio conto, non utilizzerei quella parola».

Ha paura della legge divina?

«Sono buddista».