D'Ambrosio, l'uomo che non riesce a scolorire il "rosso" dalla sua toga

Milano - «Super-partes, super-partes!». Sono anni che Gerardo D’Ambrosio vive con l’ossessione di dimostrare questo: di essere un magistrato superpartes. È che gli hanno sempre dato dell’uomo di sinistra, questo è il fatto. Anzi, dell’uomo di partito, del Pci insomma. Che destino ingrato. A palazzo di giustizia, tra i cronisti giudiziari, anni fa girava la voce che D’Ambrosio - allora procuratore aggiunto - parlasse sì con i giornalisti, ma solo per interposta persona. Funzionava così, dicevano: funzionava che della truppa dei cronisti giudiziari se ne staccava uno, quello dell’Unità, e saliva su, al quarto piano, in Procura, a parlare con D’Ambrosio.

Dopo di che il cronista dell’Unità scendeva al terzo piano, entrava in sala stampa e riferiva ai colleghi, tutti pronti con il taccuino aperto. Ammesso che questa storia sia vera, è probabile - anzi è praticamente certo - che non era D’Ambrosio a pretendere di avere, come unico interlocutore, il cronista dell’Unità. È probabile invece che fossero i cronisti giudiziari degli altri giornali, ritenendo che D’Ambrosio fosse di quelle idee lì, a pensare di avere maggiori possibilità di raccogliere informazioni mandando avanti il collega dell’Unità. Il quale era, insomma, una specie di corsia preferenziale. D’altra parte la fama di magistrato comunista - fondata o infondata che fosse - D’Ambrosio ce l’aveva da molti anni. Da quando si cominciò, in Italia, a fare inchieste che avessero a che fare con la politica.

La data d’inizio di quella svolta è nota: 12 dicembre 1969, strage di piazza Fontana. Dopo i primi tempi in cui era la magistratura di Roma a procedere - e a procedere contro gli anarchici: l’indiziato numero uno era Pietro Valpreda - l’inchiesta finì, per caso, sul tavolo di due magistrati veneti, Stiz e Calogero, e da lì deviò naturalmente - per competenza territoriale - nell’ufficio milanese di Gerardo D’Ambrosio. Il quale seguì senza esitazioni la pista suggerita dai colleghi veneti: che non era anarchica, ma nera. Oggi sappiamo che quella pista era tutt’altro che campata per aria. Ma allora sembrò che la scelta di D’Ambrosio fosse ideologica, e così cominciò la storia del «magistrato comunista».

Però poco dopo a D’Ambrosio capitò sul tavolo un’altra grana, di quelle grosse. Anche qui c’entrava piazza Fontana: a D’Ambrosio fu chiesto di chiarire com’era morto l’anarchico Giuseppe Pinelli, che era stato interrogato dal commissario Calabresi poche ore dopo la strage, e che era poi precipitato dalla finestra della questura. «Suicidio », diceva la polizia. «Omicidio», dicevano l’estrema sinistra e gran parte della stampa anche borghese, ormai già scivolata su posizioni più che radical-chic. Suicidio oppure omicidio? Avesse optato per l’una o per l’altra ipotesi, D’Ambrosio si sarebbe messo contro mezzo Paese. Se ne uscì con una soluzione terza, che a molti parve un capolavoro di equilibrismo: «malore attivo». Che voleva dire: Pinelli non si è buttato giù e nessuno lo ha buttato giù. Semplicemente, si è affacciato alla finestra per prendere una boccata d’aria e si è sentito male: male di un malore che è «attivo» perché produce una spinta in avanti.

La soluzione non piacque né alla famiglia Calabresi (nel frattempo il commissario era già stato ucciso) né all’estrema sinistra, che lo accusò di essere un giudice politicizzato. Ma non lo accusò di essere «di destra»: lo accusò di essere del Pci. Era il Pci, dicevano gli estremisti, a volere una sentenza del genere, perché cercava un compromesso con lo Stato. È vero che sul diario della figlia, a scuola, qualcuno scrisse «D’Ambrosio fascista»: ma allora «fascista» era un epiteto che non lo si negava a nessuno, nemmeno a un magistrato del Pci. Insomma. L’etichetta di uomo del Pci D’Ambrosio non è mai riuscito a scucirsela dalla toga. Invano ricordava ogni volta che era stato proprio lui, il 25 aprile del 1972, a festeggiare la Liberazione con la liberazione del missino Pino Rauti, accusato per le bombe di Milano. «Lo scarcerai per mancanza di indizi, sono un magistrato imparziale io!», diceva e ripeteva D’Ambrosio. Invano. Il suo destino, evidentemente, era quello di essere considerato un «comunista ».

Come quando scoppiò Mani Pulite e la sua collega Tiziana Parenti, che indagava sulle tangenti intascate dal Pci, disse che D’Ambrosio le metteva i bastoni tra le ruote. «Sono un magistrato super partes!», replicava seccato lui. Ha ragione? È vittima di tanti, così tanti equivoci? Mah. Certo che un po’ la vita se la complica da solo. Comequando, dopo tante mezze smentite, sceglie di candidarsi al Senato. E per che partito? Ma per i Ds, guarda che caso. O come quando dice che chi assolve Berlusconi è un giudice «poco coraggioso». [MBr]