Damiano: ora le pensioni flessibili ridotte a chi lascia prima di 62 anni

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Antonio Signorini

da Roma

L’intenzione è quella di proporre un’alternativa all’odiato scalone. E cioè all’innalzamento dell’età minima per la pensione di anzianità da 57 a 60 anni. Prima delle elezioni, a chiedere di mettere nero su bianco nel programma dell’Unione sul superamento della riforma Berlusconi furono i partiti dell’ultrasinistra. Gli stessi che oggi, membri della maggioranza di governo, rilanciano e dicono «no» anche all’alternativa messa a punto dal ministero del Lavoro, che consiste in un’uscita dal lavoro flessibile, rafforzata da un sistema di incentivi e disincentivi per incoraggiare i dipendenti a ritardare la pensione.
La ricetta alla quale il governo sta lavorando e che il ministro Cesare Damiano illustrerà domani al Consiglio dei ministri è quella nota da tempo. Al posto del limite a 60, si individua un’età minima, magari qualche anno in più rispetto agli attuali 57 anni. Poi si stabilisce un’età di riferimento, probabilmente 62 anni. Chi deciderà di andare in pensione prima verrà penalizzato con una rendita più bassa mentre chi ritarderà il ritiro dal lavoro sarà premiato con un assegno più ricco.
Un’ipotesi minima di riforma. Troppo debole secondo l’opposizione di centrodestra che teme un terremoto per i conti pubblici. Il sistema con l’età di riferimento «è destinato a non garantire le stesse economie prodotte dall’innalzamento obbligatorio dell'età di pensione», avverte il senatore azzurro Maurizio Sacconi, ex sottosegretario al Welfare, che si dice certo che «la Ragioneria dello Stato non potrà certificare come neutrali queste ipotesi. Ed in ogni caso - prevede - sarà la Commissione europea a bocciarle. Quella stessa Commissione che in sede Ecofin ha tanto apprezzato la riforma Maroni considerandola tra le più avanzate in Europa».
Ma da Rifondazione comunista arrivano segnali di guerra anche contro questa ipotesi soft. A partire dal ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero (al quale, per un equivoco, all’inizio della legislatura era anche stata attribuita la delega alla previdenza) che considera tabù il tema pensioni. Lo scalone va eliminato - questa in sintesi la linea del Prc - ma se la Finanziaria da 30 miliardi dovrà tagliare qualcosa, i risparmi non dovranno toccare le pensioni.
«Il metodo suggerito dal ministro Damiano - arriva a dire il deputato di Rifondazione comunista Augusto Rocchi - somiglia più ad un ricatto che ad una libera scelta. I lavoratori dipendenti - aggiunge - hanno già pagato sulla propria pelle i sacrifici di politiche economiche dissennate. In particolare - sostiene Rocchi - i pensionati che già con la riforma Dini hanno subito una pesante penalizzazione».
Una posizione ancora più dura rispetto a quella dei sindacati che hanno dato un via libera di massima a una trattativa su un testo che preveda flessibilità in uscita. Alcuni - in particolare la Cisl - accettando anche l’innalzamento della «quota», cioè la somma tra età anagrafica e anzianità. Tutto si baserà, ha assicurato il ministro dello Sviluppo economico Pier Luigi Bersani, sulla scelta del lavoratore. Il governo sta effettivamente pensando a un innalzamento dell’età, ha confermato l’esponente Ds, ma sarà comunque «su base volontaria».
Argomentazioni che possono convincere i sindacati. Ma che potrebbero non bastare al ministero dell’Economia che continua ad attendere circa cinque miliardi di risparmi anche dalle pensioni. E a partire dal 2007. Questo significa che la riforma alla quale sta lavorando Damiano potrebbe entrare in vigore già nel 2007 e non negli anni successivi, come previsto. Ammesso che comporti dei risparmi e non - ed è questa la convinzione del centrodestra - dei costi aggiuntivi. Se dal piano di Damiano non arriveranno risparmi e se il Tesoro insisterà sui tagli alla previdenza, insomma, il governo dovrà percorrere altre strade. Come un blocco delle finestre dell’anzianità, che porterebbe risparmi sicuri e altrettanto sicure proteste da parte dei sindacati e di un bel pezzo di maggioranza.