Dana, neanche i cecchini fermano l'atleta più famosa dell'Irak. Il Cio sì

Ha battuto bombe e avversari, è abituata a lottare e soffrire sulla pista di atletica. Si allena fra le sei e le otto ore al giorno sognando i blocchi di partenza dei 100 e 200 metri. Ma sarà esclusa dai Giochi per colpa della burocrazia

Corre Dana, corre per schivare le pallottole dell’Irak senza pace e realizzare il sogno di partecipare alle Olimpiadi di Pechino. Dana Abdul-Razzaq è una velocista di 21 anni, che si allena nello stadio Shaab di Bagdad, coprifuoco permettendo. L’unica donna irachena che si è qualificata per i Giochi con il primato nazionale sui 200 metri. Come donna e atleta è due volte sotto tiro degli oltranzisti islamici che insanguinano l’Irak. Lo scorso anno è finita nel mirino di un cecchino assieme ad altri due atleti. «Un proiettile mi ha sfiorato le gambe e si è conficcato in un albero», racconta la coraggiosa velocista.

Abdul Rahman, il fedele allenatore, aggiunge che «sembrava la scena di un film d’azione». È stato lui a far riprendere Dana dallo shock, dopo che aveva schivato correndo le pallottole. Non era l’unica volta che ha rischiato la vita per lo sport in cui crede. Concluso un allenamento tornava a casa in macchina con Abdul Rahman al volante. Passando per Saidiya, uno dei quartieri di Bagdad infestato da cellule di Al Qaida sono finiti nel mezzo di uno scontro a fuoco. «L’allenatore mi ha abbassato la testa accelerando a tavoletta - racconta l’eroina dello sport iracheno - e siamo riusciti a scamparla». Con una pudica tuta nera e bianca Dana corre come una gazzella sognando i blocchi di partenza di Pechino sui 100 e 200 metri. Si allena fra le 6 e le 8 ore al giorno, ma nutrizionisti e massaggiatori che curino la sua forma sono un lusso.

«Ogni giorno soffro di spasmi, ma non mollo», ribadisce Dana. La sua «équipe» è tutta in famiglia. Il fidanzato, più giovane di lei, che fa da scorta. Il papà, ex ciclista professionista, la incita a proseguire aiutato dal fratello culturista. Dana ha iniziato a correre nel 2003 dopo la caduta di Saddam. Negli ultimi cinque anni 104 fra allenatori, amministratori sportivi e arbitri sono stati uccisi. Altri 22 sequestrati e spariti nel nulla. Fra questi il presidente del Comitato olimpico, Ahmed Al Samarrai, vittima di un rapimento di massa nel 2006.
I fondamentalisti sunniti legati ad Al Qaida considerano un oltraggio che le donne come Dana corrano per le Olimpiadi. Gli squadroni della morte sciiti colpiscono atleti o funzionari sportivi accusandoli di aver fatto parte del regime di Saddam. Gente come Dana, che ha già conquistato una dozzina di medaglie, cerca di sopravvivere e correre. Nei giochi pan-arabi del Cairo, lo scorso novembre, è arrivata quarta sui 200 metri. Abbassando, però, di tre centesimi il record nazionale iracheno. Con i suoi 24 secondi e 8 si è qualificata per Pechino. «Nonostante tutte le difficoltà sono felice - ha spiegato Dana - perché correre alle Olimpiadi è il mio sogno, il frutto di un duro lavoro».

Purtroppo la risicata partecipazione di 6 atleti iracheni ai Giochi è in forse. Il governo di Bagdad ha sciolto il Comitato olimpico nazionale e tutte le federazioni sportive. Ufficialmente perché non sono mai state rinnovate dopo l’invasione alleata. In realtà la corruzione regnava sovrana. La prima vittima è stata la nazionale di calcio dell’Irak giunta in Australia per disputare una partita di qualificazione per i Mondiali del 2010. La squadra è pronta a scendere in campo, ma la Federazione internazionale (Fifa) ha proibito la partita a causa delle decisioni di Bagdad. Il Comitato olimpico internazionale si riunirà in giugno ad Atene per decidere se ammettere gli atleti iracheni ai Giochi. Dana ed i suoi colleghi dopo i cecchini, le imboscate e la cronica mancanza di mezzi, rischiano di vedere infranto il loro sogno.