La dance made in Italy dei Planet Funk

Il gruppo, che ha appena pubblicato il suo secondo cd «Stop me», protagonista al Roma Rock festival

Simone Mercurio

«Stop Me», il singolo del loro secondo cd, ancora prima di uscire, era già lo spot di una celeberrima bibita in lattina venduta in tutto il mondo. Loro si chiamano Planet Funk, sono italiani e questa sera suoneranno alle 21.30 al Roma Rock Festival alle Capannelle. La loro è musica dance, ma ha un sound internazionale, moderno, patinato, d’avanguardia e di un’indiscutibile qualità. Quella qualità che va al di sopra del genere e che ha spinto uno come Francesco De Gregori loro attento ascoltatore ad apprezzarli pubblicamente. Livorno, Firenze e Napoli nelle origini della band, una formazione che dopo il primo, sorprendente album d’esordio Non Zero Sumness, ha appena pubblicato The Illogicall Consequence, suo perfetto seguito.
Planet Funk è la band italiana che ha conquistato i dance-floor di mezza Europa. Il quartetto formato da Sergio Della Monica, Marco Baroni, Domenico GG Canu e Alex Neri è dunque tornato con un nuovo lavoro, stavolta incentrato sulle paure dell’uomo e sull’amore e con un filo logico all’interno del cd. La voce principale del precedente album, ovvero il carismatico Dan Black (cantante inglese del gruppo dei The Servant), è stata sostituita dalla voce poliedrica del DJ John Graham. La voce di Black ritorna comunque in tre titoli del disco, ovvero Trappen upon the ground, Peak e Out on the dancefloor.
Tra le voci femminili dell’album, oltre a Sally Doherty, nel pezzo Dusk, c’è anche, ospite speciale del disco, Claudia Pandolfi. L’attrice dà la voce a un’avveniristica donna del futuro nella traccia dal titolo Inhuman Perfection.
E la musica dei Planet Funk, viene definita zona franca tra il presente e il futuro, tra l’oggi e il domani.
Una sorta di anello di congiunzione tra la realtà e i suoni del divenire, tra l’uomo e la macchina, il sogno, la psichedelia, il rock e la club culture. Non sono un gruppo ordinario i Planet Funk e preferiscono presentarsi come un collettivo aperto, sempre in movimento, mai statico. The Illogical Consequence, è il loro secondo album. Un lavoro all’interno del quale è possibile scorgere gli universi sintetici profetizzati 25 anni fa dai Depeche Mode e dai New Order, la grandiosa architettura dei Pink Floyd, il gusto per la complicazione dei Talk Talk, la voglia di esplorare nuovi territori sonori.