Danica, la pilota che non piace agli uomini

Con tutto il sacrosanto e doveroso rispetto per Kimi Raikkonen e Felipe Massa, sarebbe tutt’altra cosa se fosse lei, lei quella della foto, la pilotessa della Rossa. La Ferrari avrebbe la certezza matematica e visiva che anche in caso di sconfitta o di misero piazzamento o di mondiale sfuggito all’ultimo, le critiche sarebbero un filo pacate. Come anestetizzate, addormentate, addolcite. Perché se viene Barrichello a spiegarti i perché e i per come della sconfitta la si prende in un modo; se viene lei, lei quella della foto, un minimo di comprensione, suvvia, ci vuole.
Il fatto è che lei si chiama Danica Patrick, è pilotessa vera, con gli attributi si usa dire anche se stavolta sa di eresia. E Danica la Ferrari in gara l’ha davvero guidata. È successo nel 2003, ad Atlanta, nella rischiosa e competitiva Le Mans Series. Corsa da 300 e passa all’ora, dove si resta in pista tutto il giorno a pigiar l’acceleratore. È successo quando Danica aveva 21 anni, e dopo un lungo tirocinio nelle serie minori (resta ancor oggi l’unica americana e l’unica donna ad aver vinto nella impegnativa formula Ford Festival inglese) ritornò negli States. Quel lungo giorno di giugno, ad Atlanta, Danica e il suo compagno in pista, il francese Jerome Policand, portarono la loro Ferrari 550-Gts Maranello al decimo posto assoluto. Giusto per rendere l’idea riguardo al tipo di competizione, i vincitori furono due ex della F1: Johnny Herbert e J.J. Lehto su Audi R8.
Da allora, Danica di strada ne ha fatta molta. Nel 2005 ha conquistato il titolo di esordiente dell’anno nella Irl Indy Car; propria quella, la formula uno americana, la serie che ha il suo momento clou nel catino di Indianapolis quando si corre la 500 Miglia. Quell’anno la Patrick non solo sfiora la pole position all’esordio (370 km/h la velocità), staccando il quarto tempo assoluto, ma poi, in gara, si toglierà pure lo sfizio di condurre la corsa per 19 giri. Risultato: quarta sotto la bandiera e prima donna in un secolo di corse ad andare al comando della 500 Miglia.
Fatto sta, da tre anni è lei il pilota più popolare d’America, titolo che non viene regalato dai giornali bensì si assegna. E proprio per questo, ora, Danica è al centro delle polemiche. Perché lei, lei quella della foto, fa paura. I piloti maschietti possono, a malincuore, accettare che una donna vìoli il loro regno motoristico, basta però che non sia forte. E lei va forte. Allora basta che non porti via l’interesse di media e sponsor. E lei glielo porta via. Allora basta che non sia bella. E invece lei... lei è quella della foto. Per cui i colleghi sono ormai sul piede di guerra. Da mesi è infatti iniziata una crociata contro la ragazza. I colleghi americani hanno esordito limitandosi al tecnico e spiegando che «la Patrick è troppo leggera» - firmato Robby Gordon - «per cui non va bene visto che i chili in meno si sentono in uno sport dove il peso della monoposto e le dimensioni del motore sono sottoposte a rigide limitazioni» e poi «non è uno sport da donne» firmato l’ex driver Richard Petty. Quindi il passaggio alla misoginia pura condita di indelicatezza «penso che Danica sia piuttosto aggressiva quando guida con le nostre macchine. Intendo dire, specialmente quando duelli con lei in certi giorni del mese...» firmato Ed Carpenter, pilota Indy. Un vero lord.
Ma se i colleghi a stelle e strisce la temono e non la vogliono, perché mai Bernie Ecclestone, patron della F1, non invita Danica in F1? Perché conosce i suoi polli. Su tutti, svetta l’inglese Jenson Button: «Una ragazza con due bombe davanti non si sentirebbe mai a proprio agio dentro le nostre monoposto. E i meccanici si distrarrebbero troppo... ve li immaginate quando le legano le cinture?». In F1 le donne si tacchinano nel paddock, guai a trovarle in pista.