DANIEL BARENBOIM «Tristano»... ma sereno

«Io non sono di indole paurosa. L’impossibile mi ha sempre attirato più del difficile». Daniel Barenboim è appassionato, ma sereno. Osserva e commenta con calma le nubi che si addensano all'orizzonte. Nubi sulla sua prima stagione milanese da «Maestro Scaligero»: la minaccia di cancellazione della serata di apertura di Sant'Ambrogio. Nubi per l'israeliano: l'ennesima conferenza di pace ad Annapolis che non porterà, secondo lui, nessun risultato. Nubi sui musicisti: ormai Wagner è ridotto a una melodia da cellulare e Mozart a sottofondo per lo spot di un wc. Ma il Maestro Daniel Barenboim procede su un'unica nota, proprio come l'attacco del Preludio del Tristan und Isolde che sta preparando insieme alla sua orchestra per il 7 dicembre: «Dopo questo Tristano nessuno di noi ascolterà più la musica nello stesso modo».
Quell’unica nota è un convincimento profondo, il risultato di mezzo secolo di fortunata carriera: «La musica dà il senso dell'esistenza umana. Ecco perché ho scritto questo libro: non per i musicisti, ma per chi ha la curiosità del mondo interiore».
Il libro, in uscita domani, si chiama La musica sveglia il tempo (Feltrinelli, pagg. 188, euro 15) e, ci spiega il Maestro, prende il via da un fatto concreto: «L’orecchio è l'organo più intelligente dell'essere umano, l'organo dell'istruzione e della memoria. Perciò è necessario educare i bambini non alla musica ma attraverso la musica, non solo per diventare musicisti o pubblico da concerti, ma per comprendere la dimensione dello sviluppo umano».
Nel suo saggio, Barenboim, ebreo argentino che dal 1952 si è trasferito con la famiglia in Israele, racconta come si possano capire il tempo, la guerra, la pace attraverso la musica e come questo lo abbia convinto a fondare nel 1999 con Edward Said il progetto «West-Eastern Divan», che ogni estate riunisce musicisti d'Israele e dei Paesi Arabi a suonare insieme in orchestra.
È così convinto, il Maestro, che nelle note siano racchiusi tutti i codici per comprendere la realtà, che non esita a proporre parallelismi tra la musica e la questione che più gli sta a cuore: «Se si potesse tradurre il dialogo israeliano-palestinese in una grande opera musicale, esso acquisterebbe lo status e la distanza necessari perché entrambe le parti lo possano comprendere, valutare, e percepire in maniera obiettiva».
Persino la conferenza di pace di Annapolis potrebbe essere «educata» dalla musica, secondo Barenboim: «Olmert e Abu Mazen sono i fantasmi più deboli di due spiriti morti, Sharon e Arafat» spiega. «Nessuno di loro è disposto a pagare un prezzo per la soluzione. Nessuno tiene conto del fattore umano: il destino di israeliani e palestinesi è inestricabilmente unito e nessuno dei due è straniero in quella terra. Perciò la negoziazione è una caricatura messa in scena di fronte a quaranta paesi stranieri. La musica insegna invece che non si può scegliere la velocità giusta per suonare se non si conosce il contenuto della partitura. Se io dicessi all'orchestra di suonare il Preludio del Tristano velocissimo, lei verrebbe alla prima e non capirebbe niente. I leader di Annapolis suonano troppo velocemente il preludio, non hanno cura delle altre voci e quando sarà necessaria l'impetuosità per arrivare all'accordo finale, prenderanno invece delle pause. Nei più begli alberghi del mar Rosso».
Appassionato ma sereno, il Maestro. Perché lui, che ha debuttato a sette anni a Buenos Aires e a undici veniva definito da Furtwaengler «un fenomeno», ha fiducia nella musica come disciplina del futuro: «Si dice spesso che la crisi nei bambini prodigio arriva con la pubertà, perché il contatto con la realtà blocca il loro talento naturale. Ma non è vero che quando la vita avanza la musica retrocede. Basta insegnare ai piccoli ad ascoltare il silenzio. Farli suonare, magari il pianoforte, per apprendere la sensualità fisica del suono. Ma anche farli concentrare, per capire che la musica non è un rumore, ma un modello per la vita: esprimersi al massimo e ascoltare l'altro».