«Dannata Roubaix più ti respinge più devi amarla»

È da sempre considerata la regina delle classiche, la più folle, la più anacronistica, la meno ciclistica, la più affascinante, la più dannata e per molti anche la più ingiusta. Per noi italiani, da dieci anni esatti, è anche la più maledetta, perché non ci riesce più di vincerla. L’ultimo trionfo con Andrea Tafi, datato 1999. Dopo di lui solo un secondo posto nel 2003 con Dario Pieri e un terzo con Alessandro Ballan (grande assente domani per un virus), tre anni fa. Foresta di Arenberg, venerdì scorso. Esattamente una settimana fa Andrea Tafi è tornato a pedalare nella Foresta simbolo della Parigi-Roubaix, l’«ultima follia del ciclismo».
«È la corsa che regala come premio una pietra di porfido: non ha valore, ma vale più di ogni altra cosa», dice il toscanaccio di Fucecchio, che oggi gestisce con la moglie un agriturismo nei pressi di Lamporecchio (Il Borghetto): otto stanze con otto nomi di corse simbolo vinte in carriera dall’ex gladiatore della Mapei, una si chiama appunto Roubaix. «Sono tornato a pedalare su quelle strade una settimana fa, con un ragazzino che domani spero possa essere tra i protagonisti nella prova riservata agli juniores. Si chiama Simone Antonini, ha 18 anni, è un ragazzo molto interessante. Ho pedalato con lui per un centinaio di chilometri ­ ci ha raccontato -. Dalla Foresta al Carrefour de l’Arbre: è stata un’emozione unica. Questa per me resta la corsa per eccellenza. Io ho avuto la fortuna di vincere grandi corse come il Fiandre, il Lombardia, una Parigi-Bruxelles e una Parigi-Tours, ma niente è paragonabile alla Roubaix».
E lei ci è riuscito nel ’99. Dieci anni sono passati dal quel giorno: perché non ci riesce più di vincerla?
«Un po’ perché ci vuole anche un pizzico di fortuna e poi perché queste corse bisogna davvero amarle. Bisogna sentirle profondamente, essere più duri delle pietre di porfido: più questa corsa ti respinge e più devi essere in grado di amarla. Io cominciavo a pensare alla Roubaix in novembre: tutto in funzione di quel giorno. Un anno terzo, un anno secondo, un anno settimo o dodicesimo, ma poi si vince. Occorre passione, tenacia, forza, ma soprattutto tanta convinzione, determinazione e tecnica. Guai aggredire il pavé. Se lo affronti con forza, vieni disarcionato di sella. Devi accompagnare il mezzo, il manubrio va accarezzato, con fermezza e leggerezza. Sul pavé non si spinge, si va leggeri con grande agilità ed efficacia. Non è facile: per questo è una corsa per pochi. Bisogna avere una buona bicicletta, fatta bene, davvero su misura, non con misure standard. Un telaio rigido, capace però di assorbire le vibrazioni. Io ho vinto con un telaio in carbonio e forcella dritta, gel sul manubrio e carro posteriore arretrato».
Uno che avrebbe potuto essere suo degno erede è il campione del mondo Alessandro Ballan.
«Esattamente, Alessandro è fermo per un virus, ma lui dopo aver vinto il Fiandre e aver ottenuto un terzo posto nel 2006, ha tutte le carte in regola per vincere questa corsa. Vedrete, prima o poi ci riesce».
Però domani abbiamo Pozzato, Quinziato, il giovane Bandiera...
«Pozzato deve correre più sereno. Non ha nulla da perdere, che siano gli altri a scannarsi. Tom Boonen ha ancora il dente avvelenato per domenica scorsa, quando un suo compagno di squadra (Stijn Devolder, ndr) gli ha portato via il Fiandre e vorrà ristabilire le gerarchie. Occhio a Hincapie, a Hushovd, a Cancellara, a Flecha, a Haussler e Burghardt, ma anche noi possiamo dire la nostra con Pippo o Quinziato. È una corsa che ti maltratta, ma tu devi essere capace di accarezzarla. Forza contro forza vince lei. Se riesci ad assecondarla, è fatta. Devi solo sperare di non restare a piedi per una foratura o una caduta. E se tutto va come deve andare, dall’“inferno” ti trovi dritto dritto in paradiso».