La dannazione di Faust diventa una «Commedia»

Al Teatro Libero in scena il testo di Rossi: un attore vende l’anima al Diavolo per essere il più grande sul palcoscenico

Matteo Failla

Immaginate un amalgama teatrale di differenti forme di alta letteratura preparato da un abile «architetto» delle scene teatrali, aggiungete al risultato ottenuto il teatro vissuto come visione delle comicità e dei suoi infiniti linguaggi, compresa la clownerie, e avrete una possibile presentazione dello spettacolo Faust – La Commedia è divina di Carlo Rossi e della sua compagnia Filarmonica Clown, in scena dall’1 al 13 febbraio al Teatro Libero.
Protagonista un «novello Faust», nella realtà attore, che ha venduto la propria anima al Diavolo. Costui, per festeggiare l’ennesimo premio come il miglior interprete del mondo, decide di affrontare un’ardua impresa: recitare l’intera Divina Commedia. Ad interrompere il viaggio teatrale intervengono due demoni; ed ecco che il gioco comico entra nella narrazione, mentre il viaggio dantesco si trasforma in un percorso personale che offre spunti per un analisi introspettiva sull’esistenza stessa: ma alla maniera della Filarmonica Clown.
Due testi «sacri» della letteratura che si incontrano sul palco generando comicità?
«Direi più due ispirazioni letterarie che si incrociano – afferma Carlo Rossi – dando vita ad uno spettacolo che diverte, ma fa riflettere. Il protagonista è sì un Faust che si è venduto, ed il suo compito di attore è sì quello di affrontare l’intero testo della Commedia, ma i piani teatrali convergono verso una introspezione che rasenta il cortocircuito: il protagonista-attore sul palco recita i versi di Dante ma è come se entrasse a fare parte della narrazione. “Nel mezzo del cammin... mi ritrovai in una selva oscura”, così recita Dante, che forse doveva essere un po’ depresso come poeta, ed ecco che nella stessa situazione, psicologica, si ritrova il nostro protagonista: la storia di Dante diviene anche la sua, assieme alla sue paure, ansie e riflessioni».
Il tutto, però, sotto forma di linguaggio comico erede della Commedia dell’Arte.
«La comicità è un’arma incredibile, permette di vedere tutto con un occhio appassionato: è proprio la passione il suo punto di forza. E poi grazie alla comicità si possono esprimere concetti ed emozioni che spesso diventano indescrivibili con parole ed espressioni serie. Ciò che mi dispiace è che la Commedia dell’Arte, in Italia, nonostante abbia nobili radici, venga ormai considerata come un genere minore, che solo in rari casi riesce ad uscire dall’ombra per tornare nel posto di rilievo che le spetta. Se invece parliamo della clownerie non ci si può non accorgere del processo di ghettizzazione alla quale è sottoposta».
Che tipo di lavoro ha compiuto su questi testi così importanti per la storia della letteratura?
«Più che del tipo di lavoro, assimilabile a quello di qualsiasi altro spettacolo, sono rimasto colpito dalla qualità del lavoro compiuto. Abbiamo studiato a fondo i testi, ci abbiamo lavorato sopra, e mentre per la Commedia ho ritrovato il piacere di un testo bello e vivo, per il Faust sono affiorate mille perplessità: è come se fosse un testo vecchio, dove non si chiarisce dov’è il reale problema del protagonista, ma soprattutto dove non si dà un giudizio in merito: è troppo semplice lasciare questo compito allo spettatore».
E il suo Faust che recita la Commedia, com’è allora?
«È un personaggio in parte negativo, che vende l’unica cosa che alla fine desidera, ma è “scenicamente filtrato” dalla vena della comicità, dalla carica teatrale della parodia. Viene preso di petto con una lettura sopra le righe, tipica della tradizione clownesca e della nostra compagnia Filarmonica clown».