Danni per milioni di euro mentre fiumi e torrenti sono «osservati speciali»

Gonfio d’acqua per le piogge continue, il Tevere ha tracimato in più punti ieri tra Orte e Borghetto, una frazione di Civita Castellana, in provincia di Viterbo. I primi allarmi per le esondazioni sono arrivati all’alba a Gallese Scalo quando, tra le 6.30 e le 8, il fiume si è gonfiato per l’arrivo dell’ondata di piena provocata dal maltempo. Poco dopo c’è stata la tracimazione a Ponte Felice, nei pressi di Borghetto, dove l’acqua ha invaso campi e aree incolte senza coinvolgere, fortunatamente, abitazioni. Sono intervenute squadre di vigili del fuoco e volontari inviati dall’unità di crisi della prefettura di Viterbo, mentre l’ondata di piena in mattinata era già al culmine e nel pomeriggio era rientrata nell’alveo del Tevere.
Migliorata grazie alla tregua concessa dalla pioggia anche la condizione del Mignone e di altri torrenti del Viterbese, come anche del Marta, principale responsabile dell’alluvione che due giorni fa ha colpito Tarquinia. Ieri mattina il Marta era ancora sopra i livelli di guardia, ma nel pomeriggio la situazione si è lentamente avviata alla normalità. Intanto, dopo l’accanimento meteo degli ultimi giorni, ieri si è cominciato a contare i danni dell’alluvione. Nel pomeriggio a Palazzo Gentili, sede della provincia della Tuscia, si è tenuta una riunione per fare il punto sulla situazione con i sindaci di Tarquinia e Montalto di Castro. I dati raccolti sono da bollettino di guerra e i danni, non ancora quantificabili, secondo il presidente della Provincia Alessandro Mazzoli sono nell’ordine di «milioni di euro». A provocare l’alluvione, dopo le pesanti piogge di martedì su Tarquinia, Montalto di Castro e Pescia Romana, come detto è stato il fiume Marta, tracimato nel primo pomeriggio di due giorni fa, trasformando l’intero litorale Viterbese in un acquitrino fangoso. Ventisette persone sono state evacuate con mezzi anfibi dei pompieri, centinaia, bloccate in casa, hanno chiesto soccorso ai vigili del fuoco, mentre l’Aurelia diventava un fiume e il traffico impazziva, e l’acqua bloccava pure la ferrovia Roma-Genova.