Dopo il danno ecco la beffa

Tira una brutta aria da Tir, un’aria di cedimento e di disordine civile per la quale il Paese provato paga un prezzo troppo alto, un’aria inquinata che i venti della propaganda governativa non riescono né a sovrastare né a dissolvere. I telegiornali ufficiosi cinguettano di crisi superata, di feste tutelate - salvate il soldato Babbo Natale – di governo provvido e pensoso per le sorti del cenone, come se la crisi provocata dal blocco dei Tir fosse stata una vertenzuola che è bene archiviare in fretta perché sostanzialmente innocua. Ah, che bel governo che abbiamo, così sensibile, così pronto a sciogliere i nodi delle controversie economiche e sindacali. La verità è diversa, sgradevole, tale da impensierire chi realmente abbia a cuore le sorti dell’Italia e dei milioni di famiglie che vi vivono, col batticuore.
Il blocco dei Tir è stato una mazzata per il Paese, un colpo basso, illecito e immeritato, un colpo proibito inferto a una comunità nazionale in affanno, oltre che per la competitività dei partner europei e delle aree extracomunitarie, per la politica economica di un governo decotto e prigioniero del passato. Una brutta mazzata, i cui danni contabilizzeremo nei prossimi mesi. E che tutti saremo chiamati a pagare.
Si fa presto a dire «crisi superata»: come e perché? Intanto, i giorni di blocco hanno provocato danni per almeno due miliardi di euro. Industrie bloccate, produzioni interrotte, impegni non mantenuti per cause di forza maggiore, merci e derrate inchiodate nei depositi e nei campi, nei frigoriferi. Pagano le aziende, ma anche i dipendenti messi in mobilità, per l’impossibilità di lavorare indotta da padroni e padroncini dei bisonti della strada.
Certi conti sono sempre approssimati per difetto. Ai danni delle imprese e del comparto industriale, agricolo, commerciale bisogna aggiungere quelli inferti ai cittadini che, in definitiva, pagheranno la parcella di quell’eclissi della legalità che è stata il blocco dei Tir.
I prezzi non sono fissati imperativamente dai compagni del governo. Il fermo degli autotrasportatori ha provocato un effetto domino che, specie nel settore del fresco, delle merci deperibili si è tradotto in aumenti rilevanti. Il pesce già oggi costa il 10% in più, per altri generi alimentari e non solo sono previsti, realisticamente, aumenti fino al 50%. Pagano i cittadini, paghiamo noi, già stremati da una politica fiscale predatoria, tartassati da balzelli e addizionali, stretti fra i tributi statali e quelli locali.
Non si può archiviare la pagina nera del blocco dei Tir come una vertenza felicemente composta. Ci sono anche costi morali e civili che pesano più dei miliardi di euro. Questa vicenda ha dimostrato che nel Paese delle corporazioni proterve chi grida e organizza picchetti e blocchi finisce con l’avere sempre ragione nei confronti di un potere centrale che non ha il senso dello Stato e dell’armonia sociale possibile che quell’idea comporta. Ha ragione chi taglia le gomme, riduce a un risibile imbuto l’accesso alle autostrade, chi strepita e infierisce sui deboli del momento. Il blocco dei Tir è stato il trionfo delle tecniche sindacali selvagge degli Anni Settanta. Oggi, come allora, pagano cittadini e aziende.
Il governo ha sbracato, dopo aver tentato inutilmente di fare la faccia feroce con la favoletta della precettazione. Il governo, inoltre, ha il torto di avere colpevolmente ignorato i problemi degli autotrasportatori per mesi. Conosceva la questione, sapeva cosa sarebbe potuto accadere: per accogliere quasi totalmente le richieste di padroni e padroncini di Tir, come ha fatto, non si sarebbe potuto muovere anche prima? Ma il governo, si sa – e li perdoni chi può – si preoccupa soltanto delle alchimie che ne prolungano inutilmente l’agonia. I Tir ora viaggiano, il governo accumula altri ritardi storici.
Salvatore Scarpino