Danno soldi all’Uganda ma non alla polizia

Caro Granzotto, sono rimasto molto colpito per quanto è successo al summit fra Paesi africani e Unione europea, soprattutto per la presenza e le parole del presidente dello Zimbabwe. Ma da quello che ho capito è l’intero continente a pretendere oltre a cospicui aiuti economici trattamenti di favore nel campo del commercio in quanto vittime del colonialismo che ha impedito la loro crescita economica. Però dalla fine del colonialismo sono passati ormai molti anni, tempo più che sufficiente per fare di un'altra colonia, l’India, uno dei Paesi più economicamente sviluppati. È razzismo affermare che sarebbe ora che anche l’Africa si rimboccasse le maniche dimostrando nei fatti quanto vale?



L’Africa seguita ad essere quello che Joseph Conrad chiamò «White man's burden», caro Russo. Il fardello dell’uomo bianco. Lo era ai tempi del colonialismo e lo è tuttora, a mezzo secolo dal processo di decolonizzazione. Ci tocca sfamarlo, ricoprirlo d’oro e chiudere entrambi gli occhi per non vedere dove quell’oro va poi a finire. Tutto questo perché la più nota favola africana racconta che miseria, fame e sottosviluppo sono eredità del colonialismo europeo e siccome quella favola l'abbiamo inventata noi, siamo obbligati a far finta di crederci. E giù soldi. Un’altra favola (sempre inventata da noi) vuole che chi ha combattuto il colonialismo non possa essere che di specchiate virtù civili, eventualmente temperate dalla cultura tribale, dunque politicamente corretta, ovvero santa. Tutti presupposti favolistici-ideologici che ci costringono a trattare coi guanti bianchi delle autentiche canaglie, a sedersi attorno ad un tavolo con figuri quale Gabriel Mugabe.
Non fosse nato a Kutama, Mugabe sarebbe al bando, fatto oggetto dell’esecrazione generale e bersaglio di embarghi planetari. Da quando ha preso il potere - e sono più di vent’anni - egli fa infatti strame dei diritti civili, ruba, affama e uccide. Quando si chiamava Rhodesia, quello che oggi è lo Zimbabwe era uno dei granai dell’Africa, aveva una moneta stabile, un lusinghiero livello d'occupazione e risultava la regione con il più alto tasso di alfabetizzazione di tutto il continente. Con la decolonizzazione sono sopraggiunte le carestie, con Mugabe la fame, la miseria, lo sfacelo della struttura sanitaria e scolastica, la svalutazione della moneta - del 5mila per cento! - e la disoccupazione, che colpisce il 70 per cento della popolazione attiva. Nonostante ciò Mugabe ha sempre potuto contare sull’impunità che gli veniva dall’essere africano e quindi al riparo da critiche e accuse, facilmente denunciate come manifestazione di razzismo o di superbia colonialista. Dovremmo recitare il mea culpa visto che l’esasperazione del concetto di razzismo e la criminalizzazione del colonialismo è farina del nostro sacco. Ma forse non ce ne sarà bisogno, perché a Lisbona è successo qualcosa di nuovo e sorprendente: Gordon Brown non c’è nemmeno andato per evitare di stringere la mano di Mugabe (e che non gliela volesse stringere lo ha detto a chiare lettere). La Merkel c’è andata, ma cogliendo l’occasione per cantargliene due definendolo per quello che è, un tiranno. Questa la novità. La cosa sorprendente è che nessuno ha accusato i due di razzismo o di arroganza colonialista (però, per distinguersi, Prodi ha immediatamente regalato 40 milioni all’Uganda. Roba da pazzi: dice di non aver soldi per le auto della polizia e dei carabinieri che fra un po’ dovranno prendere servizio in bicicletta, ma se c’è di mezzo l’africanaggine, oplà saltano fuori con uno schioccar di dita).
Paolo Granzotto