Ma è dannoso rivangare in quelle carte

Siamo abituati alle dimissioni. Ne vengono annunciate - e poi di solito ritirate - ogni giorno, nel mondo politico d’ogni Paese. Ma per monsignor Stanislaw Wielgus s’è trattato d’un qualcosa di ben diverso, una rinuncia definitiva nel giorno che avrebbe dovuto essere quello del suo glorioso insediamento come arcivescovo di Varsavia, un rifiuto pronunciato all’inizio della messa solenne nella cattedrale della capitale polacca e accompagnato da una dolorosa confessione. Tutto questo è insieme molto angoscioso e molto polacco. È molto angoscioso, di sicuro, per la coscienza e se vogliamo anche per le ambizioni dell’uomo di chiesa, dalla Chiesa stessa designato per un incarico della massima importanza: è molto polacco nell’orgoglio d’una decisione che rattristerà e turberà la Polonia intera, ma che ha anche le connotazioni d’un beau geste compiuto in una cornice di abbagliante solennità.
Varsavia ha avuto nei decenni scorsi un arcivescovo-principe (nel fisico, nell’autorità, nel portamento), il leggendario Stefan Wyszynski; poi un arcivescovo-parroco, Jozef Glemp (battagliero e dignitoso tuttavia nel difendere il suo mancato successore); ora ha uno scandalo religioso di dimensione nazionale e internazionale. Il Paese che ha dato al mondo un papa della grandezza di Giovanni Paolo II, gli dà ora un «affaire» clerical-spionistico sul quale si scervelleranno innumerevoli scrutatori dei volti e dei risvolti della storia. Per paradosso, la figura carismatica di Karol Wojtyla è stata espressa dalla Polonia quando ancora apparteneva al «socialismo reale», la figura problematica di Wielgus, accusato d’essere stato in gioventù informatore dei servizi segreti comunisti, è espressa dalla Polonia le cui redini sono nelle mani dei gemelli Kaczynski, neocon oltranzisti e fautori d’una epurazione rigorosa di chiunque abbia avuto compromissioni con il regime che fu.
Il «caso» Wielgus non spianterà una chiesa polacca che ha pilastri solidissimi. Semmai può servire per mettere in luce alcuni aspetti del tormentato rapporto tra la Nomenklatura comunista e il clero cattolico. La Polonia ha rappresentato un unicum, per quanto riguarda proprio il rapporto Stato-Chiesa, nell’universo comunista. Ha sofferto le sue persecuzioni ma non s’è mai sentita vinta. Ha rappresentato un antipotere che sapeva di dover convivere con il potere ufficiale, ma sapeva anche d’avere con sé il popolo. Con il potere ufficiale la chiesa polacca si confrontava, ma da pari a pari, anche prima che l’elevazione di Karol Wojtyla al pontificato la rendesse molto più forte. Le chiese erano affollatissime al tempo del comunismo, ora non lo sono più: per la semplice ragione che quell’accorrervi in massa era insieme un atto di fede religiosa e una protesta politica. I gerarchi e simpatizzanti del regime dovevano sopportare la quotidiana dimostrazione del loro essere minoranza invisa. In generale il regime cercò d’evitare incidenti. Questo vale in particolare per il lungo periodo in cui la Polonia fu governata da Edward Gierek, il dittatore più bonario e gaudente che nell’ottica del comunismo fosse possibile concepire. Con l’esplosione di Solidarnosc e con la successiva repressione, l’atmosfera cambiò. Accadde che le prediche infervorate d’un giovane sacerdote, Jerzy Popieluszko, fossero considerate intollerabili, e che alla polizia segreta venisse ordinato di dargli una lezione. La lezione, 19 ottobre 1984, fu mortale. Come per Giacomo Matteotti. Gli assassini vennero almeno processati - seguii il processo, celebrato a Torun, una cittadina a non grande distanza da Varsavia - e condannati a pene spropositatamente lievi. Ma la chiesa polacca non fu mai in una condizione catacombale, perché nemmeno l’ideologo marxista più indemoniato avrebbe potuto sperare di convertire quel popolo di credenti.
La chiesa polacca era senza ambiguità all’opposizione: ma doveva nello stesso tempo mantenere con il Palazzo rosso canali di comunicazione e di negoziato. L’aveva fatto, dalla sua altezza profetica, Wyszynski, lo fece Glemp. Lo stesso Giovanni Paolo II, nei suoi primi viaggi in Polonia, ebbe incontri con i titolari del potere comunista; in particolare - nel secondo viaggio - con il generale Jaruzelski che pure aveva messo al bando Solidarnosc e instaurato la legge marziale. Mai affermerei che con ciò il Papa volesse dare al generale dagli occhiali scuri - cui peraltro vengono anche riconosciuti meriti patriottici - una patente di frequentabilità. È non solo ipotizzabile ma certo che il regime, con le mille lusinghe e gli infiniti ricatti di cui disponeva, abbia indotto preti giovani o non giovani a diventare confidenti, probabilmente senza rivelare nulla che già non si sapesse, ma le dittature hanno la mania dei fascicoli informativi.
Nel suo infortunio monsignor Wielgus è in illustre compagnia. Sono stati sottoposti a un processo mediatico, in campo letterario, per cedimenti analoghi, scrittori come Günther Grass e Ignazio Silone, Pio XII viene indicato come colpevole di filonazismo e di reticenza nel denunciare l’obbrobrio dell’antisemitismo, prelati di primo piano come il cardinale Schuster, arcivescovo di Milano (per non parlare d’un altro Papa, Pio XI) vennero aspramente criticati per le lodi al fascismo. Ho la convinzione che questo rivangare con furia ossessiva in carte remote per trarne una utilizzazione attuale sia a lungo andare dannoso: e perpetui veleni dei quali dovremmo sbarazzarci. È probabilmente bene, per la chiesa polacca e per la chiesa di Roma, che monsignor Wielgus abbia rinunciato. Sarebbe stato ancora meglio se la Santa Sede, che suppongo sappia tutto d’un prelato eminente, avesse riflettuto su quei lontani peccatucci, e deciso di lasciarlo in disparte.