Dante, Calvino e poi? Autori stranieri bocciati in letteratura italiana

da Mantova
E meno male che ci sono stati Dante e Italo Calvino. Altrimenti la categoria degli scrittori italiani, per i colleghi stranieri forse non esisterebbe nemmeno. È probabile che qualche volta questi autori non italofoni si pongano distrattamente la domanda se ce ne siano, di scrittori italiani. Loro vengono in Italia, per esempio al Festivaletteratura di Mantova, da ogni parte del mondo, coccolati, vezzeggiati, rimborsati, con famiglie, mogli e amanti al seguito, ascoltati con adorazione estatica dai fans indigeni che chiedono autografi e foto in compagnia, magari vestiti da pagliacci, come pretende Palahniuk. Vuoi fare una foto con l’autore di Fight Club? Ti devi mettere un velo da sposa e afferrare un bouquet. Vuoi farti dedicare il libro da David Grossman? Lo devi inseguire finché basta.
Ma volendo togliersi lo sfizio di chiedere a bruciapelo se e quando abbiano letto qualcosa che sia stato scritto nel Paese che li ospita, il più delle volte gli stranieri rispondono con imbarazzo, balbettii, vuoti di memoria e deboli sorrisi, come studentelli colti da interrogazione volante mentre si scambiano le figurine sottobanco. Nathan Englander, ragazzo prodigio consacrato dall’esordio di Il ministero dei casi speciali (Mondadori) ammette che si tratta al massimo di «gente morta». Per esempio Italo Calvino. Poi, quasi a giustificare la politica culturale del suo Paese d’origine, aggiunge che «l’America compie un pessimo lavoro di traduzione degli autori stranieri». E come dargli torto? Esportare conviene anche in termini di bilancia commerciale. Senel Paz, cubano, autore di Fragola e cioccolato, cita Italo Calvino, peraltro nato nell’isola caraibica e al quale laggiù viene persino dedicato un premio letterario. Altri non gli vengono in mente. Ci pensa un po’ e poi comunica di essere in procinto di rileggere il Decamerone di Boccaccio, e di aver letto, in passato, qualcosa di Antonio Tabucchi.
Altri, se anche ricordano i nomi, faticano sui titoli: Chuck Palahniuk dice subito «Umberto Eco», ma quanto a titoli non va al di là del Nome della rosa. Poi aggiunge: «Leggerò il libro di quel tale di Napoli, quello sulla delinquenza». Saviano? «Sì, quello, stanno per tradurlo in inglese. Poi vorrei rispondere “Dante”, ma non lo faccio perché immagino che lo faranno tutti». Immagina abbastanza bene. Anche Celia Rees, scrittrice inglese amata dal pubblico dei ragazzi (ricordiamo La casa dei desideri) pronuncia i nomi di Dante e Machiavelli, e poi di un altro, che non le viene in mente subito, ma ha a che fare con il Rinascimento. Si scoprirà poi trattarsi di Baldassarre Castiglione. Qualcuno più recente di mezzo millennio fa? «Mh... vediamo un po’. Ce n’è uno che racconta di un ragazzino in un buco... aiutatemi...». Proviamo: Niccolò Ammaniti, Io non ho paura? «Sì, mi pare proprio di sì». Ma scusate, e Moccia, Baricco, Veronesi, Melissa P., Tamaro, tutti i nostri campioni da classifica? Eppure sono tutti tradotti: macché, buio pesto.
Ci rivolgiamo a John Berger, inglese, classe 1926. Un intellettuale come lui non può deluderci. Infatti: «Pasolini, Leopardi, Pavese, Celati e Tomasi di Lampedusa», snocciola. Ma l’irlandese Colum McCann, quarantenne o giù di lì, ci rigetta nello sconforto: «Uhm... Calvino. Per il resto, forse il governo italiano dovrebbe fare di più per promuovere gli autori nazionali all’estero». Chissà, forse Veltroni, almeno i suoi, di libri, potrebbe farli conoscere un po’ in giro. Questa è una battuta che fa abbastanza ridere gli scrittori stranieri.
Ci aggrappiamo a un altro erudito, il catalano Enrique Vila-Matas, uno dei più importanti scrittori spagnoli viventi. «Carlo Emilio Gadda, Giorgio Manganelli, Pasolini, Claudio Magris, Tabucchi, Pirandello, Bufalino e Del Giudice». Finalmente un elenco come si deve. In preda all’euforia ci avviciniamo anche al nigeriano Wole Soyinka, premio Nobel per la Letteratura nel 1986. «Ho studiato molto la letteratura italiana - spiega - ma nonostante tutto non sono mai riuscito a ricordarmi un nome». Ripiombiamo nello sconcerto. Che voglia prenderci in giro? Tantopiù che anche Vikram Chandra, raffinatissimo intellettuale indiano, docente a Berkeley, autore del monumentale Giochi sacri (Mondadori), in un primo momento fissando un punto lontano risponde: «Completely blank», che corrisponde pressappoco a «vuoto totale» e poi, pensandoci bene, giunge a «Umberto Eco, Il nome della rosa, e quello che faceva anche il chimico, come si chiama?». Primo Levi, appunto. E poi a sorpresa, «Franco Moretti, che ha scritto saggi sul romanzo. È fratello di un regista».
Primo Levi, insieme ad Alberto Moravia («il romanzo Due sorelle») è anche nell’archivio della memoria di Frank McCourt, il celeberrimo autore de Le ceneri di Angela (Adelphi). Per Jonathan Coe, che ha sentito parlare per la prima volta di Dante all’Università di Cambridge, mica al CEPU, il nome da ricordare è Italo Calvino. Confidiamo nella Cina. Per Qiu Xiaolong, formidabile giallista cinese (scusate la battuta, è involontaria), «Eugenio Montale, che ho tradotto in cinese dall’inglese». «Levi, Calvino e Dante» è la terna secca fornitaci dal giovane Jonathan Ames, poliedrico artista americano, anzi newyorkese.
Tentiamo un affondo con un gruppo di maestri americani del thriller, pubblicati in Italia dalla casa editrice Piemme. Robert Crais: elude la domanda, quel furbacchione. Dennis Lehane (L’isola della paura e Mystic River): «Non c’è praticamente niente di tradotto. L’unico che ho letto non me lo ricordo, era ambientato in Sicilia». Spremendo le meningi, e non senza l’aiuto del pubblico, si rivela essere Camilleri. Michael Connelly: «Sono in imbarazzo, ma è una parte buia della nostra cultura», fa ammenda. George Pelecanos: «Mi viene in mente soltanto un italo-americano, John Fante». Sì, lo conosciamo anche qui in Italia. Lo traduciamo appunto dall’inglese.
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