Dante Ferretti «Da quando sono nato voglio ricostruire il mondo sullo schermo»

Massimo Bertarelli

Caro Dante Ferretti, il 2005 per lei è cominciato alla grande, ma rischia di chiudersi male...
«E perché mai?»
La sua nomina a presidente della giuria alla prossima Mostra di Venezia non è piaciuta a molti...
«Casco dalle nuvole...»
Chi polemizza lascia intendere: come può uno scenografo, sia pure il migliore del mondo, giudicare un film. Insomma è un incompetente...
«Non so proprio cosa rispondere. Mi verrebbe da dire: e allora perché i critici giudicano i film? Comunque alla Mostra mi basta che a vincere sia il cinema, non le manovre. In futuro mi metterò dietro la macchina da presa: così sarò in regola».
Lei ha dichiarato: sono pronto a dimettermi se subirò pressioni. Non basta non tenerne conto?
«Certo. E poi credo che le pressioni psicologiche ci siano in tutti i grandi festival internazionali. Comunque il presidente mica decide da solo: discute ogni cosa con gli altri giurati prima del verdetto finale. Io non devo stupire nessuno, sono gli altri che devono stupire me. Dirò una banalità: spero solo che i film siano belli e che vinca il migliore. Se poi sarà una pellicola italiana tanto meglio».
Lei potrebbe farsi condizionare dall’allestimento. Un film con una bella scenografia avrebbe più chance...
«No, sono due cose completamente diverse: un conto è una bella confezione, un altro è un bella storia».
Va spesso al cinema?
«Molto spesso. Mi piace starmene seduto in mezzo alla gente a vedere un film, magari sgranocchiando i popcorn. Anche se ingrassano».
Ultimo film visto?
«La guerra dei mondi. A Capri. Eravamo una decina di persone. Mi è piaciuto, senza entusiasmarmi. Non è la mia tazza, come dicono gli inglesi».
Qual è la prima qualità di un film?
«L’emozione che sa trasmettere. Un film è un’opera complessa e corale: anche gli autori più importanti da soli non potrebbero fare nulla...».
Lei ormai sta più in America che in Italia. Chi è stato il primo autore con cui ha lavorato a Hollywood?
«Roland Emmerich. Mi ha chiamato per le scenografie di Isobar, un film che non è mai stato girato. L’ho disegnato per tanti mesi e poi non se n’è fatto niente».
Le è successo altre volte di lavorare a vuoto?
«Come no. Per Terry Gilliam ne ho disegnati cinque e fatto uno solo, Il barone di Münchausen. Poi avrei dovuto fare L’esercito delle scimmie, ma nel frattempo mi ero impegnato con Scorsese per Casino».
Il film del cuore?
«Tra i miei ho amato moltissimo E la nave va di Fellini. Tra quelli altrui, 2001: Odissea nello spazio».
Ah, le piace le fantascienza...
«Ma non è fantascienza. È un viaggio, straordinario, attraverso la storia dell’uomo, della civiltà».
L’attore preferito?
«Marcello Mastroianni».
Qualcuno nel cinema che le sta sullo stomaco?
«Non ho antipatie, casomai soffro di indifferenze. Sembrerà strano, ma non sono invidioso».
Ha mai messo becco nel lavoro altrui?
«No. Io sono uno che parla molto con il regista, ma non interferisce».
La prima differenza tra Hollywood e Cinecittà...
«Negli Stati Uniti c’è più rispetto. In Italia chi fa il mio mestiere si chiama scenografo, negli Usa production designer. È uno che, dopo aver trovato i posti giusti per le riprese, si occupa un po’ di tutto, dalle esigenze della luce all’angolazione migliore. Lo spettatore deve essere catturato, quanto vede sullo schermo deve essere credibile».
Per lei è facile l’intesa con un regista?
«Per me parla la regola del sei. Ho fatto sei film con Fellini, sei con Pasolini, sei con Scorsese. Con quasi tutti gli altri ho girato più di un film. Quindi...»
Va più d’accordo con Scorsese o con sua moglie, Francesca Lo Schiavo?
«Bella domanda. Lavoro con mia moglie da vent’anni. Si fida completamente di me. Un paio d’ore sono sufficienti per definire ogni dettaglio».
Il più antipatico, il più presuntuoso, il più dittatoriale dei registi...
«Io ho trovato solo persone molto disponibili, dittatori nemmeno uno. Credo di essere stato molto fortunato. Una fortuna che forse finirà dopo Venezia. Se manca la sintonia non ci lavoro. Presuntuosi ce ne sono tanti. Fellini era un adorabile bugiardo. Come diceva sua moglie, Giulietta Masina, diventava rosso quando diceva la verità. Ferreri era considerato antipatico, niente di più sbagliato. Scorsese non ha un buon carattere, forse perché è troppo timido, poi conoscendolo si cambia idea».
Il film più faticoso?
«Gli ultimi sono stati molto faticosi. Ho dovuto ricostruire tutto, sia per Gangs of New York, sia per Cold Mountain, sia per The Aviator».
Una scenografia sciatta le dà fastidio...
«No. Un genio come Antonioni ha sempre fatto dei film dove la scenografia non è fondamentale. Ogni autore ha una sua personale sensibilità pittorica».
Quest’anno finalmente ha vinto l’Oscar con The Aviator e sua moglie Francesca Lo Schiavo l’ha preso per l’arredamento. Chi meritava di più?
«Abbiamo funzionato bene insieme».
Se avesse vinto solo sua moglie avrebbe sofferto?
«Non poteva succedere: i due premi erano indissolubili».
Lei in precedenza aveva avuto otto nomination. Quale bocciatura le è rimasta più sul gozzo?
«Tre volte mi hanno dato favorito. Per L’età dell’innocenza, Intervista col vampiro e Gangs of New York. L’età dell’innocenza avrebbe meritato l’Oscar, ma gli è stato preferito Schindler’s List: sul piano emozionale era impossibile batterlo».
Quanti film riesce a fare in un anno?
«Uno, non di più. Per l’ultimo Black Dalia, di Brian De Palma, ho dovuto ricostruire, a Sofia, un quartiere intero della Los Angeles degli anni Quaranta. Abbiamo perfino fatto le palme con la vetroresina e foglie vere provenienti da Israele e Turchia».
Quanto tempo lavora a tavolino e quanto sul set?
«Quattro, cinque, sei mesi a tavolino. Molto meno per le riprese».
Chi sarebbe stato il migliore scenografo tra Leonardo, Raffaello, Michelangelo...
«Michelangelo era già uno scenografo. Leonardo lo vedrei bene in un film digitale, Raffaello per un’opera più poetica».
Che doti occorrono per fare il suo mestiere?
«Interpretare la realtà, non copiarla. Soprattutto fare tanti sbagli».
Un film scenicamente splendido, mettiamo Barry Lyndon, quanto perde in tv?
«Tantissimo, il cinema si vede al cinema. Infatti mi rifiuto di comprare i dvd».
Lei è nato a Macerata: è stato più difficile per un provinciale farsi accettare a Cinecittà?
«No. Sono venuto via presto, a sedici anni, quindi mi sono integrato subito a Roma».
Primi film?
«La parmigiana con Catherine Spaak, diretto da Antonio Pietrangeli, nel ’63. Mi ricordo che proprio quell’anno nelle Marche ero sul set del regista Domenico Paolella che al Cònero girava contemporaneamente Le prigioniere dell’isola del diavolo con Michele Mercier e Gli avventurieri dell’oceano. Le golette giunte da Viareggio andavano a motore e controvento: per risparmiare c’erano le stesse identiche scene per due film diversi».
Dante è un nome impegnativo, come mai le è stato dato?
«Era il nome di un mio zio. Ormai è troppo tardi per chiederglielo».
Quando ha deciso di diventare scenografo?
«Quando sono nato. Un po’ come succede in Nuovo Cinema Paradiso. Andavo a scuola e al cinema. Mi piacevano specialmente i film in costume e i pirati. È stata una folgorazione. Volevo ricostruire il mondo sullo schermo».
È andato subito tutto liscio?
«Sì. A diciassette anni studiavo belle arti e scenografia. Ho incontrato le persone giuste. Dopo Pietrangeli, Pasolini con cui ho fatto Il vangelo secondo Matteo, poi Blasetti sul set di uno dei suoi ultimi film, La ragazza del bersagliere: c’era anche Tony Renis».
Rimpianti?
«Mi sarebbe piaciuto lavorare con Kubrick, poi magari sarebbe stato un inferno. Ma ho lavorato con i più bravi, di più non potevo pretendere».
Lo scenografo più grande? Di sempre? E di oggi?
«Un francese, Trauner. L’Italia ha una scuola straordinaria, Gherardi, Donati... Non vorrei dimenticare qualcuno».
Lei è il numero uno, ma ha mai sentito qualcuno dire: vado a vedere quel film perché ci sono le scenografie di Ferretti?
«Sì, mia nipote Renata».