Dante, sesso e frustate ai politici: Benigni in trionfo

Poesia e bordate. "A Silvio piace il sistema vaticano: si elegge uno, poi finché campa...". "Romano? Si è messo una cappella per pregare che non cada il governo"

Milano - Non so come sia e sarà l’inferno ma quello di Dante Benigni e Roberto Alighieri, in una sera strana di novembre, è stato un viaggio bello, di parole e di pensieri, dopo le capriole e i fuochi pirotecnici della satira perfida, riservati all’inferno che è, attorno a lui e a noi, una commedia niente affatto divina, direi disumana. Un’ora, la prima, dedicata ai personaggi e interpreti della politica nostrana, tutti, non proprio tutti, moltissima destra, molto centro, roba piccola di centrosinistra, nessuno della sinistra cosiddetta estrema, formuletta ipocrita per non dire e scrivere comunista. Ma questo non conta, la par condicio è una palla noiosa che serve a lavare una coscienza annoiata.

Con Benigni conta la sostanza, non la forma che serve semmai come contorno, abito, veste dell’attore che suda, salta, parla, affabula, recita, dice. Soprattutto «È».

Vestito di giusto, nero il colore della giacca e del pantalone, bianca la camicia senza cravatta, truccato nel viso ma non di cera, Roberto Benigni ha riempito lo schermo e il teatro di Terni, mezzo migliaio di spettatori là davanti a vicini a lui, quasi timorosi nell’applauso e intimoriti dal verbo continuo e veloce, il resto, in milioni, davanti al televisore per ridere e pensare, smadonnare e trasalire ma, infine, ascoltare e riflettere, verbi difficili da frequentare non soltanto all’infinito presente.

Al diavolo le prediche parapolitiche, di propaganda elettorale, di comici e cantattori, basta con le recenti marchette discografiche spacciate per messaggi all’Uomo, ecco le frustate accompagnate dal sorriso che allevia il dolore, anche quando la scudisciata è pesante, feroce.

Ce n’è per tutti e per tutti i gusti, da Storace romanaccio canaro al trino D’Alema baffi-barca-intelligenza, da Bondi a Caldaroli, da Andreotti Polifemo contemporaneo di Dante a Mirko Tremaglia, compresi la Brambilla e Napolitano, Padoa-Schioppa e Ridley Scott, un pizzicotto per Prodi patetico e traballante, sganascioni in dosi industriali per Berlusconi che, finalmente su Raiuno, alla presenza di Del Noce non in prima fila, (questo lo scoop vero della serata, chissà quanto avrà chattato con il suo telefonino), strappa la maggioranza di citazioni e di eccitazioni con le battute sul sesso e sul pisello, un classico benigniano senza mai scadere nella volgarità greve di altri commedianti televisivi, se non uno scivolone pericoloso sui bilanci falsi.

Non c’è pausa, mai una, perché Benigni si asciuga in fretta con un fazzoletto, il sudore sulla fronte e poi torna a rotolare giù lungo le sue acque che sono fresche, schiumose, mugghianti e, finiti i fuochi d’artificio, le frustate, i colpi al fegato, spunta la Parola, la Voce, qui Benigni quasi trema, per la passione e la voglia assieme di trasferirla a chi ascolta, legge e guarda, come ha saputo fare Dante, primo e prima di tutti. Quando sparisce la politica e le sue figure grigie arriva il piacere della scoperta, la riscoperta dell’Italia e dell’italiano, un discorso patriottico nel senso più vero, puro, pulito, sereno dell’aggettivo, perché Patria-Italia, per Benigni, dovrei dire per tutti noi, è l’inizio di mille cose grandi che lui colloca nel Rinascimento ma con le fondamenta nell’epoca romana, e allora la Musica, gli Strumenti, l’Architettura, la Pittura, la Finanza, la Filosofia, la Poesia, il sonetto per specificare, i pensatori del Sud, da Campanella a Telesio da Bruno a Vico a San Tommaso, un patrimonio unico, universale, il made in Italy che molti, troppi nemmeno conoscono, usmano, toccano. La forza di una lingua difficile e antica riesce a tenere in piedi la serata, il passaggio dal gioco al pensiero è bellissimo: «Lasciamo il medioevo e veniamo all’epoca di Dante», parole che in pochi intendono e il mormorio già leggero evapora nel teatro.

La fetta finale della torta è quella migliore, laddove Benigni ci e si prepara alla lettura della Commedia ma diventa lui Dante, guida e duca, Dio ha bisogno degli uomini non gli uomini di Dio e ogni volta che noi pecchiamo Dio trattiene il respiro, se non siamo fatti da Dio siamo fatti di Dio. Dunque Dio attraversa e sorvola il pensiero e le parole di questo diavolo toscano, ne senti l’amore, il coraggio, la libertà, la fuga dal male, perché la vita non l’abbiamo ricevuta in eredità dai nostri padri ma in prestito dai nostri figli e Benigni ai figli, ai giovani dedica un appello, a scappare dalla droga e a tornare nel sentimento. E accomuna nazismo, fascismo, comunismo, finalmente, sì finalmente, senza sventolare bandiere ma semplicemente raccontando, anche le cose più piccole della sua infanzia e adolescenza, il popolo di Vergaio prima del popolo dell’Inferno. E allora Paolo e Francesca, l’ultimo bacio, prima di cadere come corpo morto cade. E Benigni resta in piedi, sudato, sorridente, felice.